Nucleare, il governo corre. Le vecchie scorie aspettano

Ieri la Camera ha approvato con 155 voti favorevoli il disegno di legge delega sul cosiddetto nucleare sostenibile. Il testo passa al Senato, il governo vuole chiudere prima dell’estate. Il ministro Pichetto Fratin parla di primi reattori operativi nel 2034-2035 e di decreti attuativi entro Natale.

Le opposizioni — Pd, M5S e Alleanza Verdi-Sinistra — hanno votato contro. Italia Viva si è astenuta. Azione ha votato con la maggioranza.

Il motivo del contendere è semplice: il governo vuole costruire la cornice giuridica per tornare al nucleare dopo il referendum del 1987, puntando su piccoli reattori modulari di nuova generazione chiamati SMR e AMR.

Le opposizioni rispondono che quelle tecnologie non esistono ancora sul mercato commerciale e che l’Italia non ha ancora risolto il problema delle scorie delle centrali che ha smontato quarant’anni fa.

Su questo secondo punto i dati sono inequivocabili. In Italia ci sono oggi 32 siti temporanei di stoccaggio di rifiuti radioattivi distribuiti in 14 regioni, per un totale di oltre 32.000 metri cubi di materiale. Sono le scorie delle quattro ex centrali di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano, più i rifiuti prodotti da decenni di medicina nucleare, ricerca e industria.

Il deposito nazionale per raccoglierle definitivamente avrebbe dovuto essere completato entro il 2029. Non è stato nemmeno iniziato. Lo stesso governo ha spostato l’obiettivo al 2039 per le scorie a bassa attività, e a “non prima del 2050” per quelle ad alta attività — le più pericolose.

La geografia di questi depositi racconta storie che il dibattito parlamentare non ha nominato. Saluggia, 4.100 abitanti nella pianura vercellese, ospita circa il 96% delle scorie nucleari italiane senza aver mai avuto una centrale nucleare. Il sito si trova nell’area di esondazione della Dora Baltea, con alta vulnerabilità della falda acquifera, a un chilometro e mezzo a monte del campo pozzi di uno dei principali acquedotti del Piemonte.

Nel 2019 uno scavo ordinato dalla Procura di Vercelli ha portato alla luce fusti interrati con livelli di radioattività superiori al fondo ambientale.

A Rotondella, in Basilicata, la situazione è più grave e ha già un’inchiesta penale. Nel 2018 la Procura di Potenza ha sequestrato vasche e condotte dell’impianto Itrec: secondo i magistrati, circa 65.000 metri cubi di acqua contaminata da cromo esavalente e tricloroetilene — sostanze cancerogene usate nel riprocessamento delle barre di uranio — sarebbero stati scaricati nel fiume Sinni e nel Mar Ionio attraverso una condotta non autorizzata.

Il comune ha vietato l’uso delle acque sotterranee. Sedici persone sono indagate. Nel 2011, l’ISIN aveva già rilevato nei sedimenti marini vicino allo scarico dell’impianto valori di cesio 137 duecentoquarantacinque volte superiori al valore statistico di riferimento per l’area, imponendo la sospensione degli scarichi.

Gli studi epidemiologici ufficiali sui comuni sede di impianti nucleari registrano eccessi di mortalità per tumore all’encefalo a Trino Vercellese, per tumore allo stomaco e melanoma a Sessa Aurunca presso l’ex centrale del Garigliano, e per tumori alla pelle nell’area di Roma-Casaccia.

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Le autorità sanitarie evitano sistematicamente di stabilire nessi causali diretti. È una cautela che chi ricorda le vicende di Cesano — dove per anni si negò il legame tra le leucemie infantili e l’impianto radar della NATO salvo poi doverne prendere atto — trova difficile da accettare come posizione esclusivamente scientifica.

Lo scontro in Parlamento si è presentato come un dibattito energetico. In realtà è quasi interamente ideologico, e lo è da entrambe le parti. Il governo spinge una legge delega su tecnologie — gli SMR — che non sono ancora disponibili sul mercato commerciale europeo e che, nelle previsioni più ottimistiche, potrebbero essere operative in Italia intorno alla metà degli anni Trenta.

I più critici, compresi alcuni scienziati favorevoli al nucleare, parlano dei primi anni Quaranta. Non esiste un sito identificato, non esiste un partner tecnologico internazionale selezionato, non esiste un piano finanziario credibile.

Esistono 6 milioni di euro stanziati per campagne di comunicazione ai cittadini. Le opposizioni, dal canto loro, usano le scorie come argomento tattico senza proporre alternative credibili alla questione energetica, che è reale.

Perché il problema della sostenibilità energetica non scompare per decreto. L’Italia importa circa il 75% del proprio fabbisogno energetico, paga tra le bollette industriali più care d’Europa, e la domanda di elettricità crescerà per effetto dell’elettrificazione dei trasporti e dell’espansione dei data center.

Le rinnovabili non bastano da sole a coprire i picchi di domanda e soffrono del problema dell’intermittenza.

L’unica tecnologia che potrebbe cambiare radicalmente questo scenario senza i problemi del nucleare è il solare spaziale: pannelli fotovoltaici in orbita che trasmettono energia alla Terra via microonde o laser, disponibili 24 ore su 24 senza dipendenza dalle condizioni atmosferiche.

Non è fantascienza: la NASA, la JAXA giapponese e l’ESA europea ci stanno lavorando attivamente, con test orbitali già in corso nel 2026. Il Giappone punta a un prototipo da un gigawatt entro il 2050.

I costi restano enormi ma stanno scendendo rapidamente grazie ai razzi riutilizzabili. Siamo però ancora distanti decenni da un’applicazione industriale su scala.

Nel frattempo l’Italia discute di reattori che non esistono, mentre le scorie di quelli che esistevano aspettano ancora una casa definitiva da quarant’anni.

“El Regimiento de Defensa Nuclear, Biológica y Química #Valencia n°1 ha realizado el ex.“Grifo 22”” by Ejército de Tierra español is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.