“I subappalti sono senza dubbio un elemento pericoloso per la sicurezza dei lavoratori”. L’ex ministro Damiano intervistato da Diogene

di Elisa Benzoni

È una materia molto complessa quella della sicurezza del lavoro, che mette insieme tendenze economiche, occupazione, livello tecnologico e certamente anche la consapevolezza degli scenari economici che cambiano assieme alla modalità di lavorare e di stare al mondo e alle crisi e ai boom occupazionali. Ne ragioniamo assieme a Cesare Damiano, ministro del Lavoro del secondo governo Prodi e oggi componente del CdA dell’Inail.

Perché si muore ancora e si muore ancora molto?

“Sì, le tre morti al giorno sono molte, troppe, una vera strage sul lavoro, è innegabile, ma bisogna anche considerare il punto dal quale siamo partiti: dall’Italia del boom economico dell’inizio degli anni Sessanta, quando a morire ogni giorno erano dalle 10 alle 11 persone; e certo che sono troppe, ma da 4 mila morti all’anno a 1.000 c’è una bella differenza. L’oscillazione degli ultimi 20 anni infatti è andata dalle 1032 vittime nel 2009 alle 1538 nel 2020 (in questo numero sono compresi i morti per il Covid contratto sul lavoro). Queste sono le fredde statistiche: poi c’è il dolore immenso e tragico per ogni morte sul lavoro”.

Sì ma dagli anni Sessanta il mondo e il mondo del lavoro sono cambiati completamente, e l’innovazione ha certamente reso meno pericolose alcune attività…

“Da allora è cambiata la cultura della sicurezza, a livello legislativo e contrattuale, assieme alle tecnologie a disposizione. Negli anni Sessanta per lavorare in condizioni pericolose e nocive si veniva pagati di più. Si monetizzava la salute. E da qui parte la contestazione operaia degli anni Settanta che esprime una rivendicazione precisa: ‘la salute non si vende’. Partono da qui le richieste di far evolvere a livello tecnologico le modalità lavorative e, assieme a quello, la necessità di legiferare sul diritto a svolgere il lavoro in contesti sicuri con il protagonismo attivo dell’intero mondo sindacale. Arriviamo così ai due punti di riferimento fondamentali a livello legislativo: la 626 del 1994 e il Decreto legislativo 81 del 2008”.

Un decreto legislativo nato anche dall’emozione per l’incidente della ThyssenKrupp di Torino. Il 6 dicembre 2007 morirono sette operai coinvolti in un’esplosione, e gli italiani furono drammaticamente colpiti.

“Vero; certo era un momento in cui l’opinione pubblica era molto sensibile al tema, ma in realtà c’era anche un contesto sociale e politico pronto e molto attento. Il governo Prodi e il ministero del Lavoro che guidavo già stavano lavorando in questa direzione e il Decreto legislativo 81 rappresentò il compendio e l’innovazione, non solo del nostro lavoro, ma anche di tutta la normativa di riferimento. Metteva insieme 30 anni di legislazione sul tema della salute e sicurezza sul lavoro. Realizzava un Testo Unico razionalizzando il quadro legislativo e la domanda di sicurezza, dando regole di qualità”.

Tecnologia e giurisprudenza, dunque alla base della cultura della sicurezza…

“Sì, pensiamo ad esempio alla verniciatura delle automobili e agli operai che lavoravano protetti solo da una mascherina perché si verniciava a mano; pensiamo a quanto è cambiato in termini di salute con la verniciatura eseguita dai robot all’interno di cabine sigillate. È una svolta epocale e tante piccole svolte di questo genere sono avvenute all’interno di ogni settore produttivo. Abbiamo imparato a individuare i pericoli in ogni organizzazione del lavoro e a cercare di porvi rimedio. E alla base di questa attenzione c’è la nascita della cultura della salute all’interno degli ambienti lavorativi, la cultura della sicurezza”.

Ma questo è il risultato dell’avanzamento tecnologico e dell’innovazione dei processi non dell’applicazione dei diritti.

“Non è proprio così perché, con l’esperienza sul campo, possiamo determinare dove si deve innovare sul terreno dei diritti attraverso la legislazione e la contrattazione che possono influenzare la tecnologia. Faccio un esempio, ma ne potrei fare mille. Pensiamo a un settore che continua ad avere molti morti: l’agricoltura. Uno dei motivi per cui si muore di più è il ribaltamento dei trattori; per questo è diventato necessario produrre mezzi dotati di roll-bar. Non si tratta solo di tecnologia, ma di politica. Una volontà politica che trova nel Decreto legislativo del 2008 la cornice normativa. Anche attraverso le contrattazioni sindacali si individuano le criticità e i rimedi. La prevenzione è il punto centrale dal quale partire: il ruolo dell’INAIL, da questo punto di vista, è determinante in termini di ricerca, studio e risorse destinate alle imprese che sviluppano piano di prevenzione”.

E ritiene che il tessuto industriale faccia su questo le scelte adeguate, e se sì perché si continua a morire?

“La sicurezza sul lavoro è un processo non lineare. E pesa senza dubbio il fatto che in Italia il 92 per cento delle imprese italiane siano piccole e medie. Fare un lavoro di prevenzione sulle pmi non è così facile, per la mancanza di organizzazione, controlli e prassi di qualità. Per i grandi gruppi è tutto più facile e scontato: ci sono procedure, mezzi, più risorse da investire sulla sicurezza, fondamentale per la reputazione aziendale. Sempre di più si cerca di certificare non solo la propria sicurezza, ma anche la sicurezza delle aziende appaltatrici. In questo caso la grande impresa può diventare un elemento fondamentale del circuito virtuoso diventando responsabile della salute e della sicurezza dell’intera filiera produttiva. Infatti, i subappalti sono e sono stati senza dubbio un elemento pericoloso per la sicurezza dei lavoratori. Perché i controlli e le procedure sulla qualità sono più difficili da gestire e perché si frantuma il quadro delle responsabilità. E quando gli appalti si vincono al ribasso, i risparmi si fanno su tutto, a partire dalla retribuzione e dalla sicurezza”.

Elisa Benzoni