Un Ministero della Pace per l’Italia che vuole disarmare

In un’epoca in cui la retorica della guerra si riaffaccia con prepotenza nel linguaggio dei potenti, un gruppo di realtà cattoliche e della società civile ha deciso di rilanciare un’idea tanto semplice quanto radicale: istituire in Italia un Ministero della Pace. L’iniziativa è stata lanciata da un cartello di associazioni cattoliche: Azione Cattolica, ACLI, Comunità Papa Giovanni XXIII e oltre trenta associazioni aderenti alla Campagna “Ministero della Pace”, attiva dal 2017.

A guidare questa proposta non è un generico spirito pacifista, ma una visione concreta e organizzativa della pace come bene pubblico da costruire, proteggere e promuovere con continuità. Lo ha sottolineato con chiarezza padre Francesco Occhetta, della Fondazione Fratelli Tutti, parlando di un’urgenza istituzionale legata direttamente all’articolo 11 della Costituzione italiana, che “ripudia la guerra come strumento di offesa”. Il messaggio, forte e limpido, è che la pace non si proclama nei comunicati, ma si prepara e si struttura come si fa con qualsiasi altro settore strategico dello Stato.

L’idea non è nuova. Risale in forma embrionale già agli anni ’70, quando don Oreste Benzi – di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita – ammoniva: «Gli uomini hanno sempre organizzato la guerra. È ora di organizzare la pace». A partire da quell’intuizione e dall’esperienza della guerra in Jugoslavia, vissuta accanto alle vittime, prese forma negli anni ’90 una proposta che oggi si presenta con una base politica, culturale e operativa molto più solida.

Il Ministero della Pace, secondo i promotori, dovrebbe nascere come una struttura pubblica autonoma, capace di coordinare e dare continuità alle politiche di prevenzione dei conflitti, mediazione diplomatica, difesa civile non armata, promozione dei diritti umani e educazione alla pace. Non si tratterebbe quindi di un ministero simbolico o puramente consultivo, ma di un’istituzione con un proprio campo d’azione ben definito, in grado di incidere nel concreto.

Il progetto prevede la creazione di una Consulta nazionale dei costruttori di pace, un comitato interministeriale e una serie di dipartimenti che possano gestire e promuovere esperienze già attive, come il servizio civile, i corpi civili di pace o le attività nelle scuole. L’obiettivo è chiaro: passare dalle politiche per la pace a vere e proprie politiche di pace, integrate e permanenti.

Il contesto attuale rende questa proposta tutt’altro che marginale. Mentre si moltiplicano i conflitti armati nel mondo, e la logica del riarmo penetra nel dibattito pubblico come fosse inevitabile, questa iniziativa rappresenta una rottura necessaria. Non solo per chi crede nella nonviolenza, ma per chiunque veda nella diplomazia, nella prevenzione e nell’educazione strumenti strategici da non lasciare al caso o alla buona volontà delle singole associazioni.

Certo, i limiti sono evidenti. Una proposta del genere ha bisogno di volontà politica, di coraggio istituzionale, di una disponibilità a ripensare le priorità dello Stato. Può sembrare, a uno sguardo disilluso, un progetto utopico o addirittura ingenuo. Ma in realtà è proprio la sua apparente utopia a renderlo oggi necessario. La guerra non è un destino né un dato naturale, come ricordava Norberto Bobbio: è una costruzione, spesso lucida e pianificata, e proprio per questo può essere disinnescata con scelte altrettanto lucide e pianificate.

Un Ministero della Pace – anche senza portafoglio – sarebbe un segnale forte: che l’Italia può e vuole giocare un ruolo diverso sulla scena internazionale, investendo in pace prima che in reazione, nella mediazione prima che nel conflitto, nella prevenzione invece che nella ricostruzione. E in una fase in cui la politica sembra rincorrere l’urgenza senza mai fermarsi a pensare il futuro, un gesto così andrebbe non solo sostenuto, ma incoraggiato.