L’amore per i poveri della chiesa non paga le bollette

Diogene Notizie, quotidiano laico, fin dalla sua nascita ha dato sempre molto spazio alle attività della chiesa cattolica. Senza l’apporto di organizzazioni come Caritas, S. Egidio e tante altre, migliaia di persone morirebbero di fame o di freddo. E senza i report puntuali della Caritas il pungolo verso le forze politiche sarebbe di molto più bassa intensità. Tuttavia qualche differenza culturale alla fine c’è.

Qui non si vuole offendere nessuno, ma mettere in rilievo come l’approccio cattolico alla povertà risenta di uno schema che vede la povertà come dono e non come problema da risolvere e debellare.

Questo schema è molto evidente nella comunicazione della “Chiesa nel digitale” che in questi giorni rilancia l’ottava stagione dei tutorial WeCa, la videorubrica su fede e comunicazione. Il primo appuntamento è dedicato proprio ai poveri, con un episodio intitolato “Dilexi te: l’impegno della Chiesa verso i poveri”.

Il riferimento è all’esortazione apostolica di Leone XIV, dove i poveri non sono descritti come “problema sociale”, ma come “questione familiare”. I poveri sarebbero “dei nostri”, non un “loro” esterno, e il rapporto con loro non può essere ridotto a un ufficio o a una pratica burocratica della Chiesa.

Dal punto di vista teologico è un lessico potente: la Chiesa non assiste “gli altri”, ma riconosce nei poveri una parte della propria famiglia e perfino dei “maestri del Vangelo”. Dal punto di vista di chi vive la povertà sulla pelle, però, questo linguaggio ha un limite evidente.

Se non hai lavoro, se non riesci a pagare l’affitto, se il riscaldamento è spento e rimandi esami medici perché non hai i soldi, dell’“amore per i poveri” ti interessa relativamente: quello che ti serve sono soldi, un tetto, un po’ di caldo, una cura che non ti mandi in bancarotta.

La tensione sta tutta qui. Caritas, nelle sue pratiche quotidiane e nei suoi dossier, descrive in modo lucidissimo povertà alimentare, povertà energetica, povertà sanitaria, sfratti, lavoro povero. È materiale che Diogene usa e userà ancora, perché è terreno comune: analisi dei dati, lettura delle cause, critica delle scelte politiche.

Poi però, quando il discorso si sposta sul piano simbolico, la povertà torna a essere raccontata come occasione spirituale, “dono”, luogo privilegiato dell’incontro con il Vangelo. È una doppia pista che andrebbe esplicitata: da una parte i numeri che gridano emergenza strutturale, dall’altra le parole che trasformano quella emergenza in figura teologica.

Se i poveri sono “di famiglia”, allora il linguaggio familiare deve avere conseguenze materiali. In una famiglia, se uno non mangia, non lo si considera un “maestro” ma si fa in modo che abbia da mangiare. Se la casa è fredda, prima si chiudono gli spifferi e si paga la bolletta, poi semmai si riflette sul valore spirituale della sobrietà.

Applicato alla sfera pubblica, questo significa che parlare di poveri come “nostri” dovrebbe portare a un discorso esplicito su reddito minimo, salario, politiche abitative, fisco, sanità, servizi educativi, migrazioni. Se resta solo un linguaggio affettivo – “questione familiare”, “maestri del Vangelo” – senza il passaggio ai diritti e alle risorse, il rischio è di nobilitare la povertà senza lavorare abbastanza perché finisca.

Lo stesso discorso vale per l’altro filone dei tutorial WeCa, quello su digitale e nuove fragilità. Si parla di “digital detox”, di disconnessione come cura per l’anima e per la mente, di “brain rot” come effetto dello scrolling passivo.

È un’agenda reale: la dipendenza da schermi, la frammentazione dell’attenzione, il confronto tossico sui social sono problemi veri. Ma c’è un punto di classe che quasi mai entra nella narrazione: chi può permettersi il lusso di “staccare”?

Per una parte di popolazione, disconnettersi è una scelta: si lavora in ufficio o da remoto in condizioni relativamente stabili, e si decide di spegnere il telefono per salvaguardare l’equilibrio personale e familiare. Per chi vive di piattaforme, lavoretti a chiamata, turni flessibili comunicati via app, l’iperconnessione non è un vizio ma una condizione di lavoro.

Per molti giovani delle periferie, il digitale è l’unico spazio di socialità e informazione accessibile. In questi casi, parlare di “disintossicazione digitale” senza parlare di lavoro, reddito, scuole, spazi pubblici è come parlare di digiuno ignorando chi è già a stomaco vuoto.

Un quotidiano come Diogene, che guarda alla povertà prima di tutto come a una forma di violenza materiale, non può accontentarsi della versione spiritualizzata. Proprio perché riconosce il valore del lavoro concreto di Caritas, S. Egidio e di tante parrocchie che reggono pezzi interi di welfare di fatto, si sente in dovere di mettere il dito sulla differenza culturale: la povertà non è un “dono” da accogliere, è un problema da eliminare.

Non si tratta di negare la dimensione spirituale, ma di rifiutare che venga usata per coprire la distanza fra chi celebra il povero e chi continua a vivere senza casa, senza reddito, senza cure.

Da questa differenza si può anche costruire un dialogo più onesto. La “Chiesa nel digitale” ha un patrimonio enorme di dati, storie, competenze sui poveri reali. Diogene ha un interesse esplicito a leggere quei dati in chiave di diritti, di conflitti sociali, di scelte politiche.

La domanda, allora, non è se la Chiesa ama o non ama i poveri, ma se è disposta a portare nel dibattito pubblico – anche digitale – l’idea che i poveri non sono solo “nostri” in senso affettivo, ma titolari di pretese concrete nei confronti di chi governa l’economia e lo Stato.

Su questo terreno l’incontro è possibile. Ma richiede un passo in più: riconoscere che, prima di essere “segno del Vangelo”, la povertà è una forma di ingiustizia. E che l’unico vero amore per i poveri, per chi vive la povertà, inizia quando qualcuno li aiuta ad uscirne.