Il governo Usa smantella l’agenzia per i senzatetto

Negli Stati Uniti, il problema dei senzatetto sta diventando uno dei terreni centrali della battaglia ideologica tra l’amministrazione Trump e le politiche sociali adottate negli ultimi decenni da governi di entrambi gli schieramenti.

La decisione di smantellare l’Interagency Council on Homelessness, agenzia federale nata nel 1987 per coordinare l’azione di vari dipartimenti sul tema, rappresenta un attacco diretto a uno dei pilastri dell’approccio moderno alla questione: la strategia Housing First.

Housing First è un modello che prevede di offrire immediatamente un alloggio stabile a chi vive per strada, senza porre condizioni preliminari legate alla sobrietà, alla salute mentale o all’adesione a programmi di riabilitazione. Solo dopo il reinserimento abitativo si attivano eventuali servizi di supporto.

Questo approccio, sostenuto da amministrazioni sia repubblicane che democratiche, ha portato risultati significativi soprattutto nella riduzione dei senzatetto tra i veterani, calati di oltre il 50% dal 2009. Ma secondo Trump e parte del mondo conservatore, la strategia è diventata una sorta di dogma ideologico che ignora altri modelli basati sulla responsabilizzazione individuale e sulla cura.

Nel mirino ci sono anche i finanziamenti pubblici: l’adozione di Housing First come criterio prioritario per l’erogazione di circa 3,5 miliardi di dollari l’anno escluderebbe progetti alternativi, come quelli gestiti da missioni religiose che pongono al centro la sobrietà o il trattamento delle dipendenze.

Per i critici, è l’intero impianto di governance a essere viziato: il Consiglio, anziché promuovere pluralismo di approcci, avrebbe imposto una visione unica e inadeguata a fronteggiare la complessità del fenomeno, specie dopo l’aumento dei senzatetto registrato negli ultimi anni.

Eppure, l’impatto dell’agenzia in molti contesti è stato concreto. A Long Beach, in California, grazie al lavoro congiunto con il consiglio, sono stati avviati nuovi rifugi per giovani, un centro di formazione e un comitato consultivo giovanile, portando a un dimezzamento della senzatetica giovanile in un solo anno.

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A Denver, dopo l’elezione del sindaco Johnston, è stato ottenuto un regime speciale di deroga che ha consentito un uso più flessibile dei fondi per l’affitto, riducendo del 10% in un anno il numero di persone senza dimora, mentre nei territori limitrofi il fenomeno cresceva.

L’attacco di Trump al Consiglio appare quindi come un’operazione tanto ideologica quanto simbolica: da un lato colpire un’agenzia che incarna il pragmatismo di una certa burocrazia federale progressista, dall’altro ridefinire le priorità in chiave securitaria e meritocratica.

L’ex presidente aveva già iniziato a muoversi in questo senso durante il primo mandato, quando affidò la guida del Consiglio a un oppositore dichiarato di Housing First, dopo aver inizialmente mantenuto il direttore nominato da Obama. Ora, il suo obiettivo è spingere per una riforma normativa che cancelli la preferenza per l’Housing First nelle linee guida sui finanziamenti federali.

L’ordine esecutivo firmato recentemente non abolisce formalmente il Consiglio, ma lo riduce “nella misura massima consentita”, lasciando intendere che il suo azzeramento completo è solo una questione di tempo — o di numeri in Congresso.

E se molti think tank conservatori festeggiano questa svolta, alcune realtà religiose critiche del modello Housing First invitano alla cautela: meglio cambiare rotta, dicono, ma senza perdere l’unica struttura federale che da quasi quarant’anni si occupa esclusivamente del problema.

Perché, nonostante tutte le critiche, il fatto che esista un luogo istituzionale dove si coordina il lavoro contro la povertà estrema resta, per molti, un presidio da difendere.

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