Nel quartiere di Solino, nella capitale Port-au-Prince, gli abitanti spalano detriti e cenere per riprendersi quel che resta delle case. Le bande hanno occupato la zona per quasi un anno e, nelle ultime settimane, si sono ritirate invitando la gente a tornare.
La polizia, però, avverte: rientrare non è sicuro. C’è chi accetta l’avvertimento, come Marie-Marthe Vernet: «Non tornerò a vivere qui. Non vivrò con la gang Viv Ansanm». Altri non hanno alternative: “riavere una casa” è un’occasione rara in una capitale quasi interamente controllata dai gruppi armati.
«Hanno preso ciò che potevano e distrutto il resto», racconta Louisnor Felix, panettiere. E c’è Gerald Jean, imprenditore: «Avevo un’impresa di pompe funebri, una ferramenta, una farmacia, affitti. Da metà novembre mi sono ritrovato con un paio di pantaloni e dei sandali». Scene e voci raccolte tra Solino, Nazon e Delmas 30, dove centinaia di persone sono tornate a ripulire rovine ignorando i messaggi radio della polizia che intima di restare lontani.
Fuori da Solino, il quadro resta cupo. Le stime più accreditate indicano che l’85–90% di Port-au-Prince è sotto controllo delle bande, un dominio consolidato dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021 e non invertito dalla missione di supporto multinazionale guidata dal Kenya. Gli sfollati interni hanno toccato un record di circa 1,3 milioni.
La violenza non arretra: nelle ultime settimane si sono susseguiti attacchi con decine di vittime anche fuori dalla capitale, e imboscate contro mezzi delle forze di sicurezza. Segnali di una guerra che si allarga oltre la metropoli.

Il costo umano è fuori scala. Tra la fine del 2024 e metà 2025 migliaia di persone sono state uccise, mentre scuole e ospedali chiudono a singhiozzo. L’insicurezza alimentare tocca picchi storici, con oltre 5,7 milioni di persone in crisi nella prima parte del 2025.
Sul fronte istituzionale, dopo il varo del Consiglio presidenziale transitorio e i governi ad interim, la missione keniana (MSS) è rimasta sotto-dimensionata e contestata per carenze di uomini, fondi ed equipaggiamenti. A fine estate è stata messa sul tavolo una proposta per rafforzare il dispositivo internazionale con una forza più numerosa e dotata di poteri di arresto, mentre il mandato attuale va rinnovato.
Dentro questa cornice, il “permesso” informale a tornare a casa concesso dalle bande è un’arma a doppio taglio. Da un lato offre a migliaia di sfollati la speranza — e la necessità — di ricominciare. Dall’altro normalizza il potere criminale sui territori, facendo apparire gli stessi gruppi armati come arbitri della vita civile, mentre lo Stato fatica a garantire sicurezza, servizi essenziali e aiuti. «Vogliamo tornare, ma siamo terrorizzati», confessano i residenti dei rifugi sovraffollati.
Il risultato è una capitale dove “casa” è un diritto condizionato: dalla benevolenza di una gang, dalla linea del fronte che scorre di quartiere in quartiere, dalla possibilità di permettersi il rischio. Finché la sicurezza resta precaria e la risposta internazionale frammentata, Solino sarà soprattutto un simbolo: la dimostrazione che la ricostruzione materiale è possibile solo se qualcuno garantisce, davvero, che tornare non è una scommessa di vita o di morte.



