Il Giappone ha un problema molto semplice da dire e difficilissimo da risolvere: in tante zone non ci sono più abbastanza persone per far girare i servizi minimi. I villaggi di montagna si svuotano, le cittadine lontane da Tokyo e Osaka invecchiano, i comuni faticano a tenere aperto l’ambulatorio, la scuola, persino l’autobus.
La popolazione nazionale scende da anni, i nati non bastano, quasi un giapponese su tre ha più di 65 anni. In questo quadro il ministro degli Interni, Yoshimasa Hayashi, sostiene che vuole “allargare la popolazione connessa”: sta dicendo che, se non riesce a riportare residenti stabili, proverà almeno a creare una cerchia di non residenti che però con quei territori hanno un rapporto continuativo.
I giapponesi questa idea la chiamano da qualche anno kankei jinkō: non è il turista che passa e va, e non è neanche chi decide di trasferirsi definitivamente. È quella fascia di persone che magari vive a Tokyo, ma fa volontariato stagionale in agricoltura in una prefettura rurale; o che lavora da remoto qualche giorno al mese dalla casa dei nonni; o che partecipa a un progetto locale pur non avendo lì la residenza.
Gente che non compare nei registri anagrafici del posto ma che, se la conti, aumenta la massa critica di un comune. Hayashi propone di farne addirittura un sistema: registrare questi non residenti, dare loro una sorta di passaporto digitale per partecipare alle attività delle comunità, metterli in rete con i municipi.
Dietro c’è un ragionamento politico chiaro. Tenere aperti i servizi costa, e costa sempre di più quando gli operatori sanitari, gli autisti, gli impiegati comunali sono pochi. Se riesci a collegare più enti locali tra loro, se digitalizzi una parte dell’amministrazione e, soprattutto, se hai un bacino più largo di persone su cui contare per attività economiche e sociali, il comune diventa meno fragile.

Non è solo una questione di numeri: è una questione di relazioni. Se quel territorio non ha abitanti, ma ha persone che ci vanno spesso, che ci spendono, che ci lavorano da remoto, quel territorio smette di essere isolato.
Naturalmente c’è il rovescio della medaglia. Aumentare la “popolazione connessa” non significa far tornare a crescere la popolazione. Quella resta in calo, perché la demografia la sistemi solo con più nascite e più ingressi dall’estero, e su entrambe le cose il Giappone è prudente. Questo strumento serve a evitare che i territori crollino nel frattempo. Funziona se i comuni hanno davvero qualcosa da offrire: connessione buona, spazi, programmi di agricoltura o di cura del territorio, magari seconde case da mettere a disposizione.
Funziona se lo Stato centrale mette soldi sulla digitalizzazione, perché non puoi chiedere a un municipio con quattro impiegati di gestire da solo un sistema di persone “connesse”. E funziona se la categoria non diventa un trucco statistico per dire che quel paese “ha più gente” quando in realtà ci abitano sempre gli stessi venti anziani.
La parte interessante, però, è politica: se riconosci che i non residenti contano, allora devi anche capire quanto devono poter decidere. Un domani un comune potrebbe dire: chi è registrato come popolazione connessa può votare il bilancio partecipativo, può scegliere quali servizi sostenere, può candidarsi a certe iniziative.
È una forma nuova di cittadinanza locale, pensata per un Paese che non può più basarsi solo su chi ci abita tutto l’anno. Il Giappone sta arrivando lì prima di altri perché il declino lo sente prima degli altri; ma la domanda che apre è anche nostra: quando le persone non bastano più, possiamo sostituirle con relazioni stabili? La risposta di Hayashi è sì, almeno per tenere insieme i pezzi.



