Etiopia, il business dei migranti sulla rotta saudita

Quarantamila persone fatte partire dall’Etiopia verso l’Arabia Saudita passando per Gibuti e Yemen, più di un miliardo di birr incassati, almeno sessanta morti, sequestri, torture e violenze sessuali. Il 21 luglio la polizia federale etiope ha annunciato di aver concluso l’indagine su 17 presunti componenti di una grande organizzazione di trafficanti e di aver trasmesso il fascicolo al ministero della Giustizia.

A guidare la rete, secondo gli investigatori, sarebbe stato Mohamed Tahir Aden, conosciuto come “Werdi”. Le accuse devono naturalmente essere ancora provate in giudizio, ma le dimensioni dell’operazione raccontano qualcosa che va molto oltre il singolo procedimento penale: l’esistenza, tra il Corno d’Africa e la Penisola arabica, di una delle più grandi e meno raccontate rotte migratorie del mondo.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’organizzazione disponeva di intermediari in varie regioni etiopi incaricati di trovare persone intenzionate a partire e convincerle con la promessa di un lavoro e di condizioni di vita migliori in Arabia Saudita. Dopo l’uscita dall’Etiopia cominciava però un altro viaggio. I migranti venivano condotti attraverso Gibuti e poi nello Yemen, dove alcuni sarebbero stati rinchiusi in magazzini utilizzati come luoghi di detenzione.

Chi non riusciva a pagare le somme richieste veniva picchiato e torturato, in alcuni casi davanti a una telecamera: i filmati venivano inviati alle famiglie rimaste in Etiopia per costringerle a versare il riscatto. Gli investigatori contestano alla rete anche trasferimenti illegali di denaro attraverso il sistema informale dell’hawala e il riciclaggio dei proventi in immobili, automobili e altri beni.

Non è un’organizzazione criminale che ha inventato una rotta. È un’organizzazione criminale che ha prosperato su una rotta già enorme. L’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, definisce la cosiddetta Eastern Route una delle vie migratorie più trafficate e pericolose del pianeta. Nel 2025 ha registrato 506.600 movimenti in uscita, il 18 per cento in più rispetto ai 430.200 dell’anno precedente.

Il dato riguarda movimenti rilevati lungo il percorso e non va letto automaticamente come altrettante persone diverse, anche perché espulsioni e tentativi ripetuti fanno parte del fenomeno. Ma le dimensioni restano impressionanti. Il 97 per cento dei migranti registrati era etiope e, nel 95 per cento dei casi, la motivazione principale dichiarata era economica.

La geografia spiega molto. Dalle regioni dell’Etiopia i migranti si spostano verso est, attraversano il deserto fino a Gibuti, in particolare verso l’area di Obock, oppure raggiungono la costa somala. Da lì affrontano il mare su imbarcazioni spesso sovraccariche per raggiungere lo Yemen. Chi parte da Gibuti attraversa lo stretto di Bab el-Mandab, uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo; chi parte dalla Somalia affronta il Golfo di Aden.

E una volta sbarcati non sono ancora arrivati: devono attraversare uno Yemen devastato da oltre un decennio di guerra per raggiungere infine la frontiera saudita. A luglio un rapporto dell’Unhcr e del Mixed Migration Centre ricordava che oltre 100 mila persone, in larghissima maggioranza etiopi, arrivano ogni anno nello Yemen dal Corno d’Africa. Nei primi sei mesi del 2026 gli arrivi registrati dall’Oim hanno già superato quota 97 mila.

Il viaggio nel deserto di Gibuti può significare giorni a piedi con pochissima acqua, sotto temperature estreme. Rafforzare i controlli non ha eliminato il traffico: secondo l’Oim e l’Unhcr ha contribuito anche a spingere migranti e trafficanti verso percorsi più remoti per evitare posti di blocco e pattuglie. Il risultato è un mercato criminale estremamente adattabile.

Quando una strada viene chiusa, se ne apre un’altra; quando aumentano i controlli, salgono i prezzi; quando le autorità presidiano un punto di imbarco, i trafficanti cercano un tratto di costa meno sorvegliato. Nel 2025 l’aumento dei movimenti è stato attribuito dall’Oim anche proprio a nuove tecniche utilizzate per aggirare i controlli in Etiopia, Gibuti, Somalia e Yemen.

Poi c’è il mare. Nel 2025 lungo la rotta orientale sono stati registrati 922 morti o dispersi, contro 558 nel 2024: il peggior bilancio dall’avvio del Missing Migrants Project nel 2014. E sono numeri minimi, perché in queste zone non esiste evidentemente la possibilità di registrare ogni corpo scomparso nel deserto o ogni imbarcazione perduta in mare.

Lo scorso marzo una barca partita da Obock con più di 300 persone a bordo si è rovesciata mentre tentava di raggiungere lo Yemen: almeno nove morti e 45 dispersi, con numerosi etiopi tra i sopravvissuti.

Arrivare nello Yemen non significa aver superato la parte peggiore. Alla fine del 2025 l’Oim stimava 132.300 migranti bloccati nel Paese, oltre ad altri 6.600 in Somalia e 400 a Gibuti. Lo Yemen è contemporaneamente paese di transito, territorio di guerra e grande mercato per trafficanti e intermediari. Migranti senza documenti e senza protezione diventano una merce: possono essere sequestrati, ceduti da un gruppo all’altro, imprigionati finché qualcuno a casa non paga.

Le donne sono particolarmente esposte alla violenza sessuale. L’Oim ha ricevuto segnalazioni di donne detenute e maltrattate nei covi dei trafficanti, mentre le organizzazioni che studiano la rotta descrivono da anni rapimenti, estorsioni e torture come componenti strutturali del viaggio.

“A girl and the family she supported with her earnings in Saudi Arabia following an early marriage. The family now live in Hara, Amhara Region, Ethiopia” by Overseas Development Institute is licensed under CC BY-NC 2.0.

L’inchiesta etiope aiuta a capire anche il funzionamento economico di questo sistema. Il trafficante non vende necessariamente un unico viaggio dall’Etiopia a Riyad. Il percorso può essere spezzato in numerose tratte, ognuna controllata da intermediari diversi e ognuna accompagnata da una nuova richiesta di denaro.

Una ricerca del Mixed Migration Centre, basata su interviste a migranti nello Yemen e a trafficanti in Etiopia, stimava già alcuni anni fa che il solo segmento tra Gibuti e Yemen generasse circa 30 milioni di dollari l’anno. Il rapporto descriveva una relazione inizialmente simile a quella tra cliente e fornitore di un servizio clandestino che può però trasformarsi, durante il viaggio, in pura coercizione.

Perché allora continuare a partire? La risposta più semplice è quella indicata dal 95 per cento dei migranti rilevati dall’Oim: lavoro. L’Etiopia ha oltre 135 milioni di abitanti e ogni anno più di due milioni di persone entrano nel mercato del lavoro, secondo la Banca mondiale. Siccità ricorrenti, aumento dei prezzi, conflitti regionali e scarsità di occupazioni sufficientemente remunerate aumentano la pressione.

L’Organizzazione internazionale del lavoro indica esplicitamente disoccupazione giovanile, differenze territoriali e domanda di manodopera nei Paesi del Golfo fra i principali motori dell’emigrazione etiope. Non si tratta quindi soltanto di persone ingannate da qualche trafficante particolarmente abile. Le reti criminali possono mentire sulle condizioni del viaggio e moltiplicarne i rischi, ma trovano clienti perché esiste una domanda reale di emigrazione.

Ed esiste, dall’altra parte, una domanda reale di lavoratori. L’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo impiegano da decenni grandi quantità di manodopera straniera nei servizi domestici, nell’edilizia, nell’agricoltura e nei lavori meno qualificati. Il governo etiope sta tentando di allargare i canali regolari: ad aprile il ministero del Lavoro sosteneva di aver facilitato l’invio all’estero di oltre mezzo milione di lavoratori nei nove mesi precedenti, principalmente verso il Golfo.

L’Ilo ha contemporaneamente avviato un programma con l’Unione europea per migliorare la gestione della migrazione lavorativa legale e contrastare reclutamento abusivo, sostituzione dei contratti e partenze irregolari. Il fatto che mezzo milione di persone possano partire attraverso canali ufficiali e centinaia di migliaia di movimenti continuino a essere registrati sulla rotta clandestina mostra quanto grande sia la distanza tra domanda di mobilità e possibilità di realizzarla in condizioni sicure.

E neppure l’ingresso in Arabia Saudita conclude necessariamente il viaggio. Nel 2025 95.100 etiopi sono stati rimpatriati forzatamente dall’Arabia Saudita, portando a oltre 750 mila il numero dei ritorni dall’inizio dell’operazione saudita nel 2017. Solo nella settimana tra il 16 e il 22 luglio di quest’anno le autorità saudite hanno dichiarato di aver fermato 1.626 persone mentre tentavano di entrare illegalmente nel Regno: il 62 per cento erano etiopi.

Una settimana prima la percentuale era stata del 65 per cento. Sono dati delle stesse autorità saudite e mostrano che, nonostante deportazioni, arresti e campagne di contrasto, la pressione sulla frontiera continua praticamente senza interruzione.

A questa frontiera si lega anche la pagina più oscura dell’intera rotta. Human Rights Watch ha documentato l’uccisione di almeno centinaia di migranti etiopi tra il 2022 e il 2023 da parte delle guardie di frontiera saudite, raccogliendo testimonianze sull’uso di armi automatiche ed esplosive contro gruppi che cercavano di entrare dal territorio yemenita.

Riyad ha respinto le accuse. Nel febbraio di quest’anno l’organizzazione ha però riferito di continuare a ricevere notizie di nuove uccisioni, pur precisando di non essere stata in grado di verificarle indipendentemente.

La sorte di chi riesce a entrare può essere altrettanto precaria. Detenzione, espulsione e sfruttamento del lavoro rimangono rischi costanti. Proprio in questi giorni la situazione degli etiopi in Arabia Saudita è tornata al centro dell’attenzione per un’altra vicenda.

Cinque cittadini etiopi sono stati messi a morte il 27 luglio per reati legati alla droga e Human Rights Watch sostiene che almeno altri 79 rischino l’esecuzione. Il caso è distinto da quello della migrazione irregolare, ma mostra la particolare vulnerabilità di una popolazione emigrata che spesso dispone di mezzi economici ridotti e di un accesso problematico alla tutela legale.

Lo smantellamento della rete attribuita a “Werdi” è quindi importante, soprattutto se davvero consentirà di ricostruire i passaggi finanziari, le proprietà acquistate con i riscatti e le complicità necessarie a muovere decine di migliaia di persone attraverso quattro Paesi. Ma sarebbe illusorio leggerlo come l’interruzione della rotta. Una struttura può essere arrestata, i suoi conti congelati e i suoi magazzini chiusi. Il mercato che la rende possibile resta.

La Eastern Route sopravvive perché unisce due realtà complementari: da una parte milioni di giovani che vedono nel Golfo una delle poche possibilità di migliorare il proprio reddito, dall’altra economie che continuano ad avere bisogno del loro lavoro. In mezzo c’è uno spazio enorme lasciato alle reti clandestine. Ed è lì che il viaggio cambia natura: il migrante parte come cliente di un passeur e può ritrovarsi ostaggio di un trafficante.

I quarantamila attribuiti alla rete appena scoperta in Etiopia non sono dunque l’anomalia. Sono la misura di quanto sia diventato grande il sistema.

Foto Nebyu derseh tenaw, CC BY-SA 4.0