Nel cuore della notte tra il 27 e il 28 aprile 2025, un attacco aereo ha colpito un centro di detenzione nel nord dello Yemen, nel governatorato di Saada, uccidendo decine di migranti africani. Erano per lo più giovani etiopi, in fuga dalla guerra civile nella regione del Tigray, detenuti da settimane in una struttura controllata dalle autorità Houthi.
Il raid, secondo le indagini indipendenti condotte sul campo e le analisi forensi dei frammenti recuperati, è stato condotto con bombe GBU-39 di fabbricazione statunitense, lo stesso tipo di munizioni progettate per ridurre i danni collaterali.
Eppure, l’edificio è stato completamente distrutto. Le vittime accertate sono almeno 68, con oltre 40 feriti gravi, tra cui amputazioni, traumi spinali e lesioni toraciche. I soccorritori hanno trovato corpi smembrati, lamiere contorte, sacchi bianchi ammucchiati davanti ai cancelli. Nessuna delle vittime era armata.
Nessuna era combattente. Si trattava di uomini che avevano attraversato mari e deserti, nel tentativo di raggiungere l’Arabia Saudita attraverso una delle rotte migratorie più pericolose al mondo.
Quel centro non era un obiettivo militare, secondo quanto dichiarato da testimoni, operatori sanitari e osservatori internazionali. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa aveva visitato la struttura pochi giorni prima dell’attacco.
Le Nazioni Unite l’avevano monitorata fin dal 2022, quando lo stesso edificio – all’epoca un ex sito militare – era già stato bombardato dalla coalizione a guida saudita.
In seguito, non erano emersi elementi che indicassero un uso militare continuativo. Era una prigione per migranti, gestita dalle autorità locali Houthi, in un’area in cui il confine con l’Arabia Saudita dista solo poche ore di cammino.
Le vittime erano detenute per reati minori: consumo di alcol, possesso di piccole quantità di hashish, tentativi di attraversamento illegale. Reati comuni tra chi fugge dalla guerra, senza documenti e con pochi appigli legali. Il viaggio che li aveva condotti lì era iniziato mesi prima, nelle campagne devastate del Tigray, tra bombardamenti, carestie e repressione.

Dopo aver attraversato il Mar Rosso con i trafficanti, molti erano stati intercettati nello Yemen del nord, dove gli Houthi esercitano il controllo. Prima ancora di arrivare al confine, erano finiti in una rete di detenzione spesso invisibile.
L’attacco si inserisce nella più ampia campagna aerea lanciata dagli Stati Uniti contro le postazioni Houthi a partire da marzo 2025. L’operazione, avviata dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di interrompere il lancio di missili e droni verso Israele e le navi occidentali nel Mar Rosso, ha provocato centinaia di bombardamenti in meno di due mesi.
Secondo il Pentagono, oltre mille obiettivi sono stati colpiti, tra cui installazioni radar, basi di lancio, depositi e impianti di comando. Tuttavia, la mancanza di trasparenza sugli obiettivi specifici e la natura indistinta di molti attacchi ha sollevato interrogativi crescenti. Nessuna spiegazione dettagliata è stata fornita per l’attacco al centro di Saada.
La Casa Bianca e il Comando Centrale USA si sono limitati a dichiarare che stanno esaminando le denunce di vittime civili. Non è stato riconosciuto formalmente alcun errore. Né è stato avviato, almeno ufficialmente, un risarcimento alle famiglie delle vittime.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’accaduto come potenziale violazione del diritto internazionale umanitario, richiedendo un’inchiesta indipendente.
Le stesse Nazioni Unite hanno definito “grave e allarmante” la possibilità che una struttura penitenziaria civile, monitorata da enti umanitari, sia stata deliberatamente colpita. Nessuna delle organizzazioni presenti ha trovato indicazioni di un uso militare attivo al momento dell’attacco.
Questo episodio riassume in modo tragico molte delle contraddizioni che attraversano le guerre contemporanee: le rotte migratorie che passano dai territori in conflitto, il ruolo opaco delle potenze militari occidentali, la vulnerabilità estrema dei profughi e l’assenza di responsabilità chiare. È anche la conferma di una tendenza che si consolida: l’invisibilità delle vittime africane nelle guerre che si combattono altrove.
A distanza di settimane dall’attacco, i feriti sopravvivono in ospedali sovraffollati, senza prospettive di cura a lungo termine. La maggior parte di loro non può né tornare in Etiopia, né proseguire verso l’Arabia Saudita. Sono bloccati in un paese che non li vuole, vittime di un attacco di cui nessuno si assume pienamente la responsabilità.
In fuga dalla guerra, sono stati raggiunti dalle bombe di un’altra. Nel silenzio assordante della comunità internazionale, la loro storia rischia di restare una nota a piè di pagina nella cronaca di un conflitto più vasto. Ma in quel silenzio, si misura anche la distanza tra le dichiarazioni di diritto e il reale valore che, nel mondo di oggi, viene attribuito alla vita dei migranti africani.



