Dfp 2026, casa: fondi senza obiettivi pubblici

Il capitolo sulle politiche abitative del Documento di finanza pubblica 2026 si presenta, a una lettura attenta, come un testo formalmente articolato ma sostanzialmente evasivo.

L’impianto retorico è quello ormai consueto: riconoscimento delle criticità, elencazione di strumenti, richiamo a risorse mobilitate. Tuttavia, dietro questa costruzione emerge una carenza strutturale di chiarezza, di priorità e, soprattutto, di scelte politiche nette.

Il documento parte da una constatazione corretta: i prezzi delle abitazioni continuano a crescere, con dinamiche più accentuate nelle grandi città come Milano e Roma. Ma questa premessa, che potrebbe aprire a una riflessione seria sulle cause profonde della crisi abitativa, resta isolata. Non viene mai tradotta in una diagnosi concreta del fabbisogno né in una quantificazione del disagio.

Si parla genericamente di “divergenze territoriali” e di “domanda strutturalmente più intensa”, ma manca qualsiasi tentativo di misurare quante famiglie siano escluse dal mercato, quante siano in condizioni di precarietà abitativa, o quale sia il reale deficit di alloggi accessibili.

Anche il cosiddetto “approccio integrato” rivendicato dal Governo appare più come una formula che come una strategia. Il Piano Casa Italia, presentato come lo strumento cardine, dispone di una dotazione di 970 milioni, che dovrebbero essere le risorse destinate al recupero di case popolari sfitte: una cifra che, se rapportata alla dimensione del problema, appare modesta e comunque non accompagnata da indicazioni operative chiare.

Non si capisce come queste risorse verranno allocate, con quali criteri, né quali risultati concreti, e in quanti anni, ci si attenda in termini di nuovi alloggi o di recupero di quelli esistenti.

Pone questioni di chiarezza anche il richiamo ad altri finanziamenti: quelli dell’accordo di fine dicembre in Conferenza Stato-Regioni, che ha permesso di destinare all’housing circa 2 miliardi di euro sui programmi della politica di coesione europea, tenuto conto del cofinanziamento nazionale.

A queste risorse si sommano ulteriori importi, per circa 1,6 miliardi, previsti da altri fondi messi in campo dalla politica di coesione nazionale, che sarebbero destinati all’emergenza abitativa, ma senza specificare la tipologia degli interventi.

Inoltre, segnala il Dfp, i programmi della politica di coesione europea avevano destinato risorse attraverso l’Obiettivo Rso4.3 del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), con una dotazione pari a circa 795 milioni e un costo delle operazioni selezionate pari a 285 milioni, per favorire l’inclusione socioeconomica delle comunità emarginate, delle famiglie a basso reddito e dei gruppi svantaggiati, incluse le persone con bisogni speciali, mediante azioni integrate riguardanti alloggi e servizi sociali.

Come è evidente, non ci si riferisce ad alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma a interventi pubblico-privato, dove è il privato a detenere l’impatto strategico; e certo non ci si riferisce alle famiglie povere, a quelle in graduatoria o a quelle sfrattate, mai citate nel Dfp 2026 del Governo.

Il punto più critico è proprio questo: il documento elenca risorse ma non definisce obiettivi. Non viene mai indicato quanti alloggi di edilizia residenziale pubblica si intendano realizzare o recuperare, né quanti saranno destinati all’edilizia sociale.

Questa ambiguità è particolarmente evidente nei programmi finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), come il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare (Pinqua): 2,8 miliardi, un costo enorme, per oltre 10.000 alloggi, ma senza alcuna distinzione tra edilizia pubblica ed edilizia sociale. Una mancanza tutt’altro che tecnica, perché nasconde una scelta politica: non chiarire quanto si voglia realmente investire nelle abitazioni pubbliche.

Ancora più grave è ciò che non viene detto. Si preferisce parlare di nuovi strumenti e nuovi fondi piuttosto che affrontare il nodo, meno “visibile” ma decisivo, della gestione e riqualificazione del patrimonio esistente.

Allo stesso modo, manca qualsiasi impegno sul rifinanziamento dei fondi per il contributo affitto e per la morosità incolpevole, strumenti fondamentali per sostenere le fasce più fragili nel breve periodo. Il documento sembra oscillare tra una narrazione di lungo periodo e interventi strutturali, ma nel farlo trascura completamente le urgenze immediate di chi rischia di perdere la casa.

Un altro elemento problematico riguarda il crescente ruolo attribuito agli attori finanziari. Il testo insiste sul coinvolgimento di fondi immobiliari, società di gestione del risparmio e partenariati pubblico-privati, cosa che diventa preoccupante in assenza di un forte indirizzo pubblico. Senza obiettivi vincolanti, il rischio è che le politiche abitative vengano progressivamente orientate dalle logiche del mercato e della rendita.

In questa prospettiva, il riferimento alla valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico, affidata a Invimit Sgr, solleva interrogativi rilevanti. La valorizzazione può facilmente tradursi in alienazione e, quindi, in una riduzione del patrimonio disponibile per finalità sociali. Anche qui, il documento non fornisce garanzie né criteri: non si capisce quali immobili verranno mantenuti per uso pubblico e quali, invece, immessi sul mercato.

Per quanto riguarda le residenze universitarie, si riafferma l’obiettivo di realizzare 30.000 posti letto e si parla di “affitti calmierati”, confermando che non si tratta di posti letto pubblici a sostegno del diritto allo studio a costi bassi, ma che si persegue la strada degli interventi privati di grandi fondi immobiliari internazionali. Le residenze universitarie, per il Governo, diventano terreno di affari per le lobby immobiliari.

Infine, colpisce l’assenza totale di una vera analisi del fabbisogno abitativo. Senza una stima credibile della domanda, per fasce di reddito, territori e tipologie familiari, qualsiasi politica rischia di essere inefficace o, peggio, di rispondere a interessi diversi da quelli dichiarati.

Il documento sembra dare per scontato che l’aumento dell’offerta, anche tramite strumenti di mercato, possa risolvere il problema. Ma questa è un’ipotesi non dimostrata e, in molti contesti, già smentita dai fatti.

In sintesi, il capitolo sulle politiche abitative del Dfp 2026 appare come un contenitore di misure eterogenee, privo però di una direzione politica chiara. Si parla molto di risorse, ma poco di risultati; molto di strumenti, ma poco di diritti.

E soprattutto, si evita di affrontare il nodo centrale: se la casa debba essere considerata un bene pubblico da garantire o un asset su cui attrarre investimenti. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il rischio è che il “Piano Casa” si riduca a un piano edilizio guidato più dalla finanza immobiliare che dai bisogni reali delle persone.

Sia chiaro: si parla di un Piano Casa Italia che non ha avuto alcun passaggio in Parlamento e che non è stato neanche accennato ai sindacati degli inquilini. Un Piano che, fino a oggi, conoscono solo il ministro Salvini e, probabilmente, la finanza immobiliare alla quale si riferisce. In attesa, come annunciato dalla presidente Meloni, del provvedimento che finalmente dovrebbe far conoscere il Piano Casa nei dettagli.

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Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini