Con la proposta di Regolamento sull’autorecupero, se approvata senza modifiche, Roma Capitale potrebbe sancire la fine delle cooperative di autorecupero composte da famiglie con redditi medio-bassi. C’è ancora una possibilità per evitarlo.
A Roma la precarietà abitativa ha sempre mostrato il suo volto più violento: sfratti eseguiti senza alcun passaggio da casa a casa; migliaia di famiglie abituate ormai ad abitare una graduatoria sempre più lunga, a fronte di una lista di case popolari assegnabili sempre più corta, nonostante siano almeno un migliaio gli alloggi del solo Ater lasciati sfitti per assenza di manutenzioni.
Ma a Roma in passato ci sono stati anche pionieri di una esperienza proveniente dall’Olanda e, in Italia, ancora prima da Bologna con la Cooperativa “Chi non occupa, preoccupa”, ovvero l’autorecupero di immobili pubblici inutilizzati da convertire in alloggi abitativi con l’apporto diretto di famiglie in precarietà abitative.
Con una peculiarità: l’immobile recuperato resta di proprietà pubblica, non viene acquisito dalla cooperativa e quindi priva di ogni intento speculativo.
Una risposta concreta ed innovativa, che nel Consiglio regionale del Lazio vide nel 1998 il suo recepimento, con l’approvazione, all’unanimità, della legge 55 che definiva le modalità per attuare l’autorecupero.
Una legge regionale approvata sull’onda di lotte e di una serie di immobili pubblici occupati, ai quali inizialmente il Comune di Roma aveva risposto con delibere sperimentali finalizzate all’attuazione dell’autorecupero.
Con la legge regionale si avviarono una serie di iniziative di autorecupero, in particolare e in gran parte promosse dalla cooperativa “Inventare l’abitare”.
Più recentemente, con la delibera recante il “Piano straordinario per l’abitare 2023-2026”, si era aperto un nuovo cono di luce.
L’Amministrazione comunale con il Piano dichiarava, e metteva per iscritto, che uno dei principali programmi per l’abitare a Roma si sarebbe fondato sull’autorecupero, non solo per chiudere finalmente quelli attivi da decenni, ma anche per dargli una prospettiva futura, come uno dei filoni principali per rispondere al fabbisogno abitativo della città.
A fine febbraio 2026 arriva la doccia fredda, in un contesto dove si materializza da parte dell’Amministrazione comunale una sterzata verso il social housing pubblico-privato, dove per privato si intende la grande finanza immobiliare o grandi costruttori romani. Contestualmente il Comune, attraverso il Regolamento per l’autorecupero, sta preparando la fine dell’esperienza dell’autorecupero al quale non viene data alcuna prospettiva. Per gli autorecuperi attualmente in essere la strada si fa ulteriormente più difficile.
Con la motivazione di dare una spinta all’autorecupero nella Commissione Patrimonio di Roma Capitale, il Presidente della Commissione dichiarava di fatto la fine del percorso finora seguito, con la definizione del Regolamento per l’autorecupero, anche per approvarlo in tempi brevi in consiglio comunale.
In realtà il testo presentato nella Commissione, con l’assenso della Ragioneria, non è affatto una bella notizia.

Infatti il testo del Regolamento prevede una specifica definizione delle società cooperative di abitazione che possono aderire alla normativa regionale sull’autorecupero e sono inserite una serie di precisazioni sul controllo dei programmi da parte dell’amministrazione, definendo anche le modalità per le garanzie da rilasciare alle cooperative.
È in tale contesto che si evidenzia la volontà di chiudere con una esperienza partecipativa e popolare che impedirà di fatto la prosecuzione dell’esperienza di autorecupero a Roma.
Il muro è alzato con la previsione che le garanzie, da parte del Comune, alle cooperative per accedere ai mutui, un fattore fondamentali per attuare l’autorecupero, accedere ai mutui, avvengano sulla base del Regolamento contabile comunale che prevede di fornire garanzie solo fideiussorie, non quindi ipotecarie, e limitate al 50% dell’importo del mutuo. Imponendo alle cooperative di assumere l’onere sul restante 50%. Cosa impossibile tenuto conto dei redditi dei soci.
Siamo di fronte ad uno snaturamento dell’intervento di autorecupero dal basso ed inclusivo che, per essere tale, non può che essere sostenuto dal Comune fornendo una garanzia sul 100 per cento del mutuo. Questo perché sono note le già evidenti difficoltà a reperire istituti di credito che forniscano i mutui alle cooperative di autorecupero formate, appunto, da famiglie con redditi medio-bassi.
Potrebbe quindi svanire a breve la possibilità a Roma di procedere sulla strada strutturale dell’autorecupero, spianando la strada a cooperative forti economicamente e con soci maggiormente solvibili.
Si trasforma così l’autorecupero come pensato originariamente e come intrapreso negli ultimi 30 anni in un programma che sullo sfondo vede altri protagonisti.
Svanisce in questo modo anche l’essenza e le tempistiche, del resto già abbondantemente superate, del Piano straordinario per l’abitare di Roma in relazione ad uno degli interventi maggiori previsti.
Eppure ancora c’è una possibilità perché il segnale arrivi positivo, del resto ormai tutte le tempistiche sono già saltate e allora si potrebbe ancora prevedere che le garanzie coprano il 100 per cento dell’eventuale mutuo attivato dalla cooperativa, con una modifica al Regolamento contabile di Roma Capitale che disponga per i programmi di autorecupero sostenuti dall’Amministrazione una garanzia che possa coprire il 100 per cento del mutuo richiesto.
Non c’è altra strada.
Questo consentirebbe anche la modifica del Regolamento sull’autorecupero in discussione.
L’augurio è che la Commissione Patrimonio, l’assessore competente, il Consiglio comunale e non ultimo il Sindaco, recepiscano questa proposta delle cooperative di autorecupero di Roma.



