Lesotho: maxi-diga, maxi-rischi. Stop dalle comunità

Diciotto comunità rurali del distretto di Mokhotlong, nel nord-est del Lesotho, hanno depositato una denuncia formale alla Banca africana di sviluppo (AfDB) contro il finanziamento della Lesotho Highlands Water Project – Fase II. In gioco non c’è solo un cantiere miliardario che deve portare più acqua all’area metropolitana di Johannesburg: ci sono campi danneggiati, sorgenti impolverate, crepe nelle case e famiglie che chiedono chiarezza su trasferimenti e risarcimenti. In totale, circa 1.600 persone hanno chiesto all’organismo indipendente di ricorso dell’AfDB di sospendere i lavori finché le loro istanze non saranno affrontate in modo trasparente.

Il progetto — ponte strategico tra il piccolo regno montano e il cuore economico del Sudafrica — vale 53 miliardi di rand e ha una nuova data di completamento: 2029, con dieci anni di ritardo rispetto alle previsioni iniziali. L’AfDB ha prestato 1,3 miliardi di rand nel 2021; tra i finanziatori figurano anche la New Development Bank dei paesi Brics e la Development Bank of Southern Africa. I promotori puntano a incrementare i trasferimenti idrici verso il Gauteng e, in prospettiva, a rafforzare la generazione elettrica in Lesotho; ma il cantiere è diventato un banco di prova sulla giustizia ambientale.

Sul terreno, i lavori procedono: la diga di Polihali, l’imbocco del tunnel di trasferimento verso la diga di Katse e il grande ponte sul fiume Senqu sono le opere simbolo. A inizio settembre l’autorità di sviluppo (LHDA) ha indicato un avanzamento del 30% per le opere principali della diga, con 86% del Senqu Bridge già realizzato.

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La messa in acqua è slittata a fine 2026, il completamento complessivo al terzo trimestre 2029. Secondo i dati diffusi dalla LHDA, oltre 7.200 beni comunitari sono stati espropriati e sono stati liquidati 154 milioni di maloti di compensazioni per quasi 5.600 di questi; al contempo 40 incidenti ambientali sono stati segnalati e monitorati.

Le comunità raccontano un’altra parte della storia: brillamenti che fanno vibrare i muri, cadute massi e allagamenti che ostacolano l’accesso ai terreni, polveri e detriti che compromettono le fonti d’acqua. Denunciano inoltre scarsa informazione su rilocalizzazioni e criteri di indennizzo. Dal fronte istituzionale, la LHDA ribadisce che nessuna famiglia verrà spostata senza una consultazione preventiva e che, laddove si registrino danni, si procede a riparazioni o rimborsi in linea con le policy; aggiunge che la qualità dell’acqua resta entro limiti accettabili e che diversi problemi (come i rockfall) sono stati mitigati. La palla ora passa all’Independent Recourse Mechanism dell’AfDB, chiamato a valutare il reclamo e a proporre eventuali misure correttive.

Il nodo non è se l’acqua debba arrivare a Johannesburg — obiettivo riconosciuto e urgente — ma come arrivarci senza spostare costi e rischi sulle popolazioni più vulnerabili. L’equazione sviluppo-diritti che il caso di Mokhotlong mette in scena è quella che accompagnerà molte grandi opere africane dei prossimi anni: fondi multilaterali, promesse di benefici macro, lacune di trasparenza e partecipazione locale. In questo senso, la richiesta di sospensione non è solo un freno: è un test di accountability per finanziatori e autorità, e il presupposto minimo perché il progetto si chiami davvero “sostenibile”.

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