Un ID digitale statale per oltre un miliardo di cittadini. Questo è il nuovo tassello del gigantesco sistema di controllo digitale che il governo cinese sta costruendo. A partire da luglio 2025, sarà introdotto un sistema di identità digitale nazionale che centralizzerà la verifica degli utenti su app e social media: invece di registrarsi separatamente su ogni piattaforma, i cittadini cinesi potranno accedere ai servizi online attraverso un’unica credenziale rilasciata dallo Stato. Ma sotto la patina della sicurezza e della protezione dei dati personali, si nasconde un meccanismo di sorveglianza di massa senza precedenti.
Secondo il China Daily, l’ID digitale è “volontario”, ma gli analisti parlano chiaro: questa misura rafforza ulteriormente l’apparato di censura e repressione online. L’obiettivo reale non è proteggere l’identità degli utenti, bensì identificarli e tracciarli in ogni azione compiuta sul web.
Come afferma Xiao Qiang, ricercatore alla University of California, Berkeley, è “più di uno strumento di sorveglianza: è un’infrastruttura di totalitarismo digitale”. Il professore di diritto Lao Dongyan ha paragonato il sistema all’installazione di un dispositivo di controllo permanente sulla vita online di ciascun individuo. Il suo post su Weibo? Rimosso. Il suo account? Sospeso per tre mesi.
Dietro la potenza di questa macchina di controllo non ci sono solo censori umani e leggi liberticide. Il vero motore è l’automazione, l’intelligenza artificiale, il riconoscimento facciale e il tracciamento in tempo reale: un sistema ibrido in cui la sorveglianza fisica e quella digitale si fondono, rendendo indistinguibile la libertà virtuale da quella reale. Un’infrastruttura che analizza, segnala, blocca, censura. E se l’intelligenza artificiale non basta, interviene l’esercito di moderatori umani.
Tutto questo, va detto con chiarezza, non sarebbe stato possibile senza la complicità tecnica e commerciale dell’Occidente. Mentre i governi occidentali denunciano pubblicamente le violazioni dei diritti umani in Cina, le loro stesse aziende hanno contribuito a costruire le fondamenta tecnologiche del regime di sorveglianza cinese.

Le aziende occidentali che hanno armato il controllo digitale cinese
Cisco Systems (USA): ha fornito apparati di rete usati per costruire il “Grande Firewall”, il sistema di filtraggio e censura di Internet in Cina. Una causa legale intentata nel 2011 da attivisti cinesi accusava Cisco di aver aiutato consapevolmente il regime a identificare e reprimere dissidenti.
Microsoft, Intel, Nvidia: hanno venduto chip, processori e GPU impiegati per l’elaborazione dei dati, il riconoscimento facciale e l’intelligenza artificiale che alimentano i sistemi di sorveglianza di massa.
Amazon Web Services (AWS): ha fornito per anni servizi cloud attraverso partner cinesi, rendendo possibile l’archiviazione e l’analisi centralizzata dei dati degli utenti.
Thermo Fisher Scientific: ha venduto kit di sequenziamento genetico alla polizia cinese, poi usati per il monitoraggio etnico e genetico delle minoranze, in particolare del popolo uiguro.
Google: ha lavorato su un motore di ricerca conforme alla censura cinese (Project Dragonfly), poi sospeso solo dopo forti proteste interne.
Apple: conserva i dati degli utenti cinesi in server gestiti da partner locali legati allo Stato e ha rimosso app sgradite al regime, incluse VPN e fonti d’informazione indipendente.
LinkedIn (Microsoft): ha operato in Cina per anni accettando la moderazione e censura dei contenuti richiesta da Pechino.
Ipocrisia a doppio taglio
Mentre l’opinione pubblica occidentale si indigna per la repressione digitale cinese, pochi si interrogano sulle responsabilità materiali che le democrazie industrializzate hanno nel fornire strumenti, know-how e tecnologie chiave al regime. L’autoritarismo digitale cinese è stato, in parte, ingegnerizzato in Occidente.
Il profitto ha avuto la meglio sui diritti umani, e il risultato è sotto gli occhi del mondo: una società dove tutto è tracciabile, controllabile, reprimibile. Una società che, passo dopo passo, diventa modello per altri regimi illiberali.
Se vogliamo difendere la libertà digitale, dobbiamo iniziare dall’autocritica. Non si può combattere il totalitarismo digitale con dichiarazioni, mentre si vendono i suoi mattoni.



