In Kenya il 25 giugno non è più una data qualunque. È il giorno in cui una protesta contro le tasse si trasformò in uno dei momenti più traumatici della recente storia politica del Paese. Nel 2024 migliaia di giovani manifestanti, la Generazione Z, arrivarono fino al Parlamento di Nairobi per contestare una legge finanziaria che aumentava il carico fiscale in un momento di forte crisi del costo della vita. La polizia aprì il fuoco. Decine di persone furono uccise.
Due anni dopo, quella ferita non si è chiusa. Il 25 giugno 2026 i familiari delle vittime, insieme ad attivisti e oppositori, hanno provato di nuovo a marciare verso il Parlamento. Non chiedevano soltanto soldi. Chiedevano trasparenza sui risarcimenti promessi dal governo e, soprattutto, giustizia per chi era stato ucciso.
La risposta delle autorità è stata ancora una volta securitaria: posti di blocco sulle principali strade verso Nairobi, Parlamento barricato, attività chiuse, gas lacrimogeni e centinaia di arresti. Secondo il ministro dell’Interno Kipchumba Murkomen, 355 persone fermate o arrestate a Nairobi e in altre città.
Per capire che cosa sta accadendo bisogna tornare al 2024. Allora il Kenya era attraversato da una forte tensione sociale. Il governo del presidente William Ruto aveva presentato una legge finanziaria, il Finance Bill 2024, con nuove misure fiscali pensate per aumentare le entrate dello Stato. Il governo sosteneva di avere bisogno di nuove risorse per far fronte al debito pubblico e agli impegni di bilancio.
Per molti cittadini, però, quelle tasse arrivavano in un momento insostenibile: prezzi alti, salari insufficienti, disoccupazione giovanile, servizi pubblici fragili e percezione diffusa di sprechi e corruzione.
La protesta fu guidata in larga parte da giovani, spesso indicati come “Gen Z”, cioè la generazione cresciuta con internet e i social network. Non era una mobilitazione tradizionale organizzata solo dai partiti. Molti manifestanti si coordinavano online, con hashtag, video, campagne di informazione e appelli alla partecipazione.
Lo slogan più noto era “Reject Finance Bill”, respingere la legge finanziaria. Il messaggio era semplice: lo Stato chiedeva altri sacrifici a cittadini già sotto pressione, mentre la classe politica veniva accusata di non ridurre privilegi e sprechi.
Il 25 giugno 2024 la tensione esplose. Migliaia di persone raggiunsero il Parlamento dopo l’approvazione della legge finanziaria. Alcuni manifestanti entrarono nel complesso parlamentare, parte dell’edificio fu danneggiata e incendiata. La polizia rispose con la forza. Secondo le ricostruzioni successive, gli agenti usarono anche munizioni vere.
Le prime stime variarono molto nei giorni immediatamente successivi: la Commissione nazionale keniota per i diritti umani registrò 39 morti e 361 feriti nel periodo tra il 18 giugno e il primo luglio 2024. Le ricostruzioni più recenti citate dalle agenzie internazionali parlano di almeno 60 persone uccise nelle proteste del giugno 2024.
Il punto non è solo il numero delle vittime. È il significato politico di quelle morti. Una protesta nata contro le tasse e il costo della vita è diventata una battaglia sul diritto di manifestare, sull’uso della forza da parte della polizia e sulla responsabilità dello Stato. In un Paese formalmente democratico, con elezioni competitive e una società civile vivace, la repressione del 2024 ha mostrato quanto possa essere fragile lo spazio pubblico quando il dissenso diventa di massa.
Dopo le proteste, Ruto ritirò la legge finanziaria. Fu una vittoria importante per i manifestanti, ma non bastò a chiudere la crisi. Per molte famiglie il problema non era più soltanto la tassa tolta o confermata. Era la morte di figli, fratelli, madri, padri. Era la richiesta di sapere chi avesse sparato, chi avesse dato gli ordini, chi dovesse rispondere davanti alla giustizia.
Nel giugno 2026 il governo ha annunciato un programma di risarcimenti per le vittime delle violenze politiche e delle proteste. Il fondo vale circa 2 miliardi di scellini kenioti, pari a circa 15 milioni di dollari, e dovrebbe coprire quasi 2.000 persone colpite da violenze tra il 2017 e il 2025. Ruto ha presentato il risarcimento come un riconoscimento del danno subito, ma non come un’ammissione di colpa dello Stato.
Questa distinzione è il cuore della nuova protesta. Per il governo, il risarcimento serve a riconoscere che ci sono state vittime e a costruire una forma di riparazione. Per molte famiglie, però, il denaro senza verità rischia di diventare un modo per chiudere il caso senza attribuire responsabilità. Chi ha perso un figlio non chiede solo un indennizzo: chiede perché sia stato ucciso, da chi, con quale ordine, in quale catena di comando.
La protesta del 2026 nasce da qui. I familiari denunciano mancanza di trasparenza nei criteri con cui vengono assegnati i risarcimenti. Alcuni dicono di aver presentato documenti senza ricevere risposta. Altri segnalano che solo una parte delle famiglie colpite ha ottenuto pagamenti.

Edith Wanjiku, madre del diciannovenne Ibrahim Kamau, ucciso da colpi d’arma da fuoco al collo, ha raccontato all’Associated Press che la sua famiglia non ha ancora ricevuto nulla, pur avendo presentato la documentazione. Gillian Munyao, madre di Rex Masai, altro giovane ucciso, ha detto che il risarcimento non può sostituire la giustizia.
Rex Masai è diventato uno dei nomi simbolo della repressione. Era un giovane manifestante ucciso durante le prime proteste contro la legge finanziaria. La sua morte contribuì a trasformare una mobilitazione fiscale in una questione nazionale sui diritti civili. Nelle proteste keniote degli ultimi anni, i nomi delle vittime sono diventati una forma di memoria pubblica: ricordarli significa impedire che la violenza venga ridotta a “disordine” o “caos”.
Il governo, da parte sua, insiste sulla necessità di evitare nuove violenze. Ruto ha dichiarato che le manifestazioni sarebbero state consentite, ma ha anche avvertito contro ogni tentativo di “paralizzare il Paese”. Il ministro dell’Interno ha definito “criminali” le persone arrestate e ha sostenuto che le misure di sicurezza servivano a proteggere le attività commerciali. È una linea già vista: riconoscere formalmente il diritto alla protesta, ma trattare la mobilitazione di massa come un potenziale problema di ordine pubblico.
La giornata del 25 giugno 2026 ha mostrato esattamente questa contraddizione. Da un lato c’erano famiglie che volevano deporre fiori, presentare una petizione, chiedere giustizia. Dall’altro c’era una capitale blindata, con il Parlamento protetto da barricate e filo spinato, gas lacrimogeni fuori dalla stazione centrale di polizia e centinaia di fermi. Secondo Reuters, il centro di Nairobi era in larga parte chiuso, con negozi e ristoranti abbassati e aree chiave sotto stretto controllo delle forze dell’ordine.
Il rischio politico per Ruto è evidente. Il presidente era stato eletto nel 2022 presentandosi come difensore degli “hustlers”, i lavoratori informali, i piccoli commercianti, i giovani senza grandi protezioni economiche. Ma le politiche fiscali e il caro vita hanno eroso quella promessa. La generazione che nel 2024 scese in piazza non contestava solo una legge. Contestava l’idea che il conto della crisi dovesse ricadere sui cittadini comuni, mentre la politica restava percepita come distante e privilegiata.
Il Kenya è una delle economie più importanti dell’Africa orientale. Nairobi è un centro finanziario, diplomatico e tecnologico regionale. Ma proprio questa immagine di Paese dinamico convive con tensioni profonde: debito pubblico elevato, pressione fiscale, disuguaglianze, disoccupazione giovanile, sfiducia verso le istituzioni, accuse di brutalità della polizia. Le proteste del 2024 hanno mostrato che la stabilità keniota non può essere data per scontata.
La questione riguarda anche il ruolo della polizia. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato negli anni denunce ricorrenti di uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, sparizioni temporanee e repressione delle manifestazioni. Human Rights Watch, già nel giugno 2024, aveva raccolto testimonianze su uccisioni di manifestanti da parte della polizia in diverse città del Paese.
Secondo le notizie più recenti, tre agenti sono stati incriminati per la morte di alcuni manifestanti. Per le famiglie, però, questo resta lontano da una piena assunzione di responsabilità.
Il nodo è quindi doppio: riparazione e accountability. La riparazione riguarda il riconoscimento del danno, i risarcimenti, il sostegno economico alle famiglie, le cure per i feriti, l’assistenza a chi ha perso una persona che contribuiva al reddito familiare.
L’accountability riguarda invece la responsabilità: chi ha sparato, chi ha coperto, chi ha ordinato, chi ha omesso di intervenire. Senza questo secondo piano, il primo rischia di essere percepito come insufficiente o addirittura offensivo.
Per questo la protesta del 2026 non è un semplice anniversario. È una prova dello stato della democrazia keniota. Un Paese può permettere ai cittadini di ricordare le vittime della polizia? Può garantire una manifestazione pacifica davanti al Parlamento? Può risarcire senza trasformare il risarcimento in silenzio? Può chiedere ordine pubblico senza cancellare la domanda di giustizia?
La risposta, per ora, resta ambigua. Il governo riconosce che un danno c’è stato, ma non ammette colpa. Promette risarcimenti, ma viene accusato di scarsa trasparenza. Dice di consentire la protesta, ma blinda la capitale. Parla di protezione delle attività economiche, ma arresta centinaia di persone in una giornata di commemorazione.
Il Kenya del dopo-2024 vive dentro questa frattura. Da una parte c’è uno Stato che vuole presentarsi come garante dell’ordine e della stabilità. Dall’altra c’è una generazione che ha imparato a mobilitarsi, a documentare, a organizzarsi online, a contestare tasse, corruzione e violenza istituzionale.
In mezzo ci sono le famiglie delle vittime, che chiedono qualcosa di molto semplice e difficilissimo: sapere perché i loro figli sono morti e vedere qualcuno risponderne.
Il 25 giugno, dunque, non è soltanto il ricordo di una protesta repressa. Serve a ricordare che valore ha un risarcimento, se la giustizia resta fuori dalle barricate.



