La pubblicazione accidentale di una chat interna all’amministrazione Trump, in cui funzionari americani discutevano apertamente dei piani per “riaprire le rotte di navigazione” nel Mar Rosso, ha rivelato molto più di un incidente diplomatico. Ha mostrato, in controluce, una verità più profonda: gli Houthi non sono un bersaglio semplice, e non lo sono mai stati.
Gli Stati Uniti stanno colpendo lo Yemen da settimane, nel tentativo di dissuadere il movimento armato sciita dal continuare gli attacchi alle navi commerciali. Ma a più di dieci anni dall’inizio della guerra, il bilancio è chiaro: nessuna potenza straniera è riuscita a sconfiggere gli Houthi. Anzi, ogni raid, ogni sanzione, ogni designazione come “organizzazione terroristica” ha spesso avuto l’effetto contrario: rafforzarne il consenso interno e consolidarne il potere militare.
Chi sono gli Houti che resistono a droni americani, jet sauditi e assalti israeliani?
Nati come movimento religioso e culturale negli anni ’90 nel nord dello Yemen, nella regione montuosa di Saada, gli Houthi – ufficialmente chiamati Ansar Allah, “i partigiani di Dio” – rappresentano la minoranza zaydita, una corrente dello sciismo storicamente presente nel Paese.
Il gruppo prende il nome dalla famiglia al-Houthi, in particolare dal fondatore Hussein Badreddin al-Houthi, ucciso nel 2004 in uno scontro con l’esercito yemenita.
Quello che inizia come movimento di autodifesa e protesta contro la marginalizzazione politica e culturale si trasforma rapidamente in una forza armata vera e propria, che approfitta del vuoto istituzionale lasciato dalle Primavere Arabe e del caos seguito alla caduta del presidente Ali Abdullah Saleh.
Nel 2014, gli Houthi prendono la capitale Sana’a. Da lì in poi, saranno il nemico giurato dell’Arabia Saudita – che interviene militarmente nel 2015 con una coalizione sostenuta da Stati Uniti, Regno Unito e altri – e un attore centrale nella guerra più lunga e ignorata del Medio Oriente.
A differenza di altri movimenti armati della regione, gli Houthi non agiscono come un classico gruppo jihadista. Non si affidano a campagne di attentati suicidi, né si presentano come un califfato. Sono piuttosto una milizia radicata, gerarchica, capace di amministrare territori, riscuotere tasse, trattare con l’ONU, e mantenere un’ideologia fortemente anti-americana e anti-saudita.

Il loro legame con l’Iran è noto, ma non totale. Molti analisti sottolineano che, pur ricevendo armi, tecnologia e supporto logistico da Teheran, gli Houthi mantengono una certa autonomia strategica, e in molte occasioni hanno agito per conto proprio. Questo rende più complesso qualsiasi tentativo di “disinnescare” la loro offensiva attraverso pressioni sull’Iran.
Da mesi, attaccano navi nel Mar Rosso come rappresaglia per il conflitto a Gaza. Le compagnie occidentali hanno già trovato rotte alternative circumnavigando l’Africa, e le tariffe marittime sono rientrate dopo un primo picco. Di fatto, il danno economico globale è stato assorbito, ma la minaccia militare persiste. Gli Houthi non si sono fermati: anzi, hanno continuato a lanciare missili verso Israele e a rafforzare le proprie difese.
Perché non si riesce a sconfiggerli?
Perché conoscono ogni centimetro del territorio montuoso in cui si nascondono. Perché godono del sostegno – magari non entusiasta, ma reale – di parte della popolazione sciita del nord, che li considera un argine all’influenza saudita.
Perché i bombardamenti hanno colpito spesso civili, alimentando la narrativa vittimista del gruppo. Perché la guerra aerea non può controllare il terreno, e l’occupazione terrestre è impraticabile, costosa e impopolare.
Perché, in fondo, gli Houthi incarnano oggi il paradosso delle guerre asimmetriche: sono troppo forti per essere eliminati, troppo deboli per essere ignorati.
E così, mentre i vertici dell’amministrazione Trump confidano in attacchi “più efficaci di quelli di Biden”, la storia si ripete. Esattamente come con l’Arabia Saudita, che ha speso miliardi in armamenti inutili, anche gli USA rischiano di scivolare in una guerra senza fine, senza obiettivi chiari, senza vittorie plausibili.
Nel frattempo, gli Houthi guadagnano potere e legittimità, diventando un attore regionale con cui, prima o poi, anche l’Occidente dovrà sedersi a trattare. Non perché li approvi, ma perché nessuno ha ancora trovato un modo per sconfiggerli.



