L’Algeria torna a mandare soldati oltre confine dopo oltre mezzo secolo. Il 30 ottobre un convoglio militare algerino è arrivato in Niger, nella regione di Arlit, segnando una svolta nella politica di un Paese che dall’indipendenza aveva fatto del non interventismo uno dei principi della propria sicurezza nazionale. La missione, autorizzata dal Parlamento e annunciata dal presidente Abdelmadjid Tebboune, servirà ufficialmente a proteggere interessi economici ed energetici comuni. Una motivazione che racconta molto della nuova strategia di Algeri e delle contraddizioni di un Paese ricco di gas e petrolio, ma ancora incapace di offrire prospettive adeguate a una parte consistente della popolazione.
Il dispiegamento militare arriva dopo mesi di riavvicinamento diplomatico con Niamey. Nel 2023 l’Algeria aveva condannato il colpo di Stato che aveva rovesciato il presidente Mohamed Bazoum. Nell’aprile 2025, l’abbattimento di un drone militare maliano da parte delle forze algerine aveva provocato una crisi con Mali, Niger e Burkina Faso, i tre Paesi governati da giunte militari riunite nell’Alleanza degli Stati del Sahel. Nel corso del 2026 i rapporti sono progressivamente migliorati, fino alla decisione di inviare truppe sul territorio nigerino.
Non si tratta soltanto di cooperazione militare contro i gruppi jihadisti. In Niger opera Sonatrach, il colosso energetico pubblico algerino, interessato allo sviluppo delle risorse petrolifere e al progetto del gasdotto transahariano che dovrebbe collegare Nigeria, Niger e Algeria, aprendo una nuova via di esportazione del gas verso l’Europa. Un’infrastruttura strategica, ancora lontana dalla piena realizzazione, sulla quale Algeri punta per consolidare il proprio ruolo di fornitore energetico internazionale.
La sicurezza delle installazioni petrolifere diventa così una questione militare. Il Parlamento ha autorizzato l’invio dei soldati e il Governo ha spiegato che non si tratta di partecipare a una guerra, ma di difendere interessi condivisi. La distinzione è importante, anche se nel Sahel la distanza tra proteggere un’infrastruttura e trovarsi coinvolti in un conflitto può diventare rapidamente molto sottile.
La decisione segna soprattutto il ritorno dell’Algeria in una regione nella quale la sua influenza si era progressivamente indebolita. Il Sahel è attraversato da crisi politiche, insurrezioni jihadiste, traffici transfrontalieri e rivalità internazionali. Francia e Stati Uniti hanno perso parte della loro presenza militare, mentre la Russia ha rafforzato i rapporti con diversi Governi della regione. Anche Marocco, Emirati Arabi Uniti e altri attori cercano di estendere la propria influenza attraverso investimenti, accordi diplomatici e progetti infrastrutturali.
Algeri non intende rimanere spettatrice di questa trasformazione. Per anni aveva cercato di esercitare un ruolo di mediazione, in particolare nel conflitto del Mali, dove aveva promosso gli accordi di pace del 2015. Il deterioramento delle relazioni con Bamako aveva però ridimensionato quella funzione. Il riavvicinamento diplomatico del luglio scorso e la cooperazione militare con il Niger indicano una strategia più pragmatica: difendere gli interessi algerini anche attraverso una presenza diretta sul territorio dei Paesi vicini.
C’è inoltre la competizione con il Marocco. Rabat promuove collegamenti commerciali e infrastrutturali verso l’Atlantico, cercando di offrire ai Paesi del Sahel nuovi sbocchi economici. L’Algeria risponde valorizzando la propria posizione geografica, le risorse energetiche e i rapporti con l’Africa subsahariana. Il controllo delle vie commerciali e dei collegamenti energetici diventa parte della rivalità tra le due principali potenze del Maghreb.
Ma mentre il Governo algerino rafforza la propria proiezione regionale, sul fronte interno rimangono problemi economici considerevoli. L’Algeria è uno dei maggiori produttori africani di idrocarburi e dispone di risorse naturali importanti. Eppure la dipendenza dal petrolio e dal gas continua a condizionare pesantemente i conti pubblici, l’occupazione e le possibilità di diversificazione produttiva.
Secondo la Banca mondiale, nel periodo 2019-2023 gli idrocarburi rappresentavano mediamente l’83% delle esportazioni e il 47% delle entrate di bilancio. Una concentrazione che espone il Paese alle oscillazioni dei mercati energetici e limita la capacità di costruire un’economia meno dipendente dalle decisioni dello Stato.
Il Fondo monetario internazionale ha stimato una crescita economica del 3,9% nel 2025 e prevede un andamento ancora sostenuto nel 2026. Ma segnala anche squilibri preoccupanti. Il deficit pubblico ha raggiunto il 10,5% del PIL nel 2025, mentre il debito è salito al 52,1%. L’inflazione ha ripreso ad accelerare e nel maggio 2026 ha raggiunto l’8,6% su base annua, anche per l’aumento dei prezzi alimentari.
La crescita economica, insomma, non elimina automaticamente le difficoltà sociali. Nel 2025 la disoccupazione complessiva era stimata all’11,6%, ma tra i giovani dai 15 ai 24 anni raggiungeva il 29,4%. Quasi tre giovani su dieci appartenenti alla forza lavoro non trovavano un’occupazione. Un problema particolarmente grave in un Paese dove la domanda di lavoro stabile continua a scontrarsi con le difficoltà di sviluppo del settore privato e con il peso dell’economia pubblica.
Misurare esattamente la povertà algerina è più difficile. L’ultimo dato nazionale sulla povertà monetaria ampiamente utilizzato dalle organizzazioni internazionali risale al 2011, quando l’incidenza era stimata al 5,5%. Una cifra troppo vecchia per descrivere le condizioni attuali. Anche questa carenza statistica rappresenta un limite importante per valutare l’efficacia delle politiche sociali e comprendere quanto della ricchezza nazionale raggiunga effettivamente le famiglie.
L’Algeria ha costruito nel tempo un sistema di sussidi pubblici, trasferimenti sociali e servizi che ha contribuito a migliorare le condizioni di vita rispetto ai decenni precedenti. Sarebbe quindi sbagliato descriverla come un Paese nel quale la ricchezza energetica non abbia prodotto alcun beneficio collettivo. Il problema è la sostenibilità di questo modello e la sua capacità di offrire opportunità economiche oltre la redistribuzione delle entrate petrolifere.
Il contrasto tra ambizioni regionali e fragilità interne diventa allora evidente. Algeri vuole essere un interlocutore indispensabile per la sicurezza del Sahel, un collegamento energetico tra Africa ed Europa e un contrappeso alle influenze straniere. Ma la sua forza internazionale continua a dipendere largamente da un settore economico che non riesce, da solo, a garantire lavoro e benessere diffuso.
L’invio di truppe in Niger può rafforzare la posizione diplomatica algerina e proteggere investimenti strategici. Non risolve però le difficoltà di diversificazione economica, la disoccupazione giovanile e le disuguaglianze sociali. Né può sostituire una politica capace di utilizzare le risorse energetiche per costruire opportunità produttive più ampie e durature.
La sfida di Tebboune è dunque doppia. Recuperare influenza in un Sahel sempre più instabile e dimostrare che la potenza energetica algerina può tradursi in sviluppo economico e sicurezza sociale per i propri cittadini. La prima richiede diplomazia, investimenti e, come dimostra il Niger, anche soldati. La seconda necessita di trasformazioni economiche molto più difficili da ottenere attraverso una decisione parlamentare.
L’Algeria torna a esercitare la propria forza oltre confine. Resta da capire quanto di quella forza riesca a trasformarsi in benessere all’interno. Perché proteggere un gasdotto con l’esercito può essere necessario. Costruire un’economia nella quale i giovani non debbano aspettare un posto di lavoro finanziato dai proventi del gas è un’impresa decisamente più complicata.


