C’è un’immagine che da sola racconta il cambiamento di potere nel Sahel: camion carichi di fusti di yellowcake che attraversano il deserto del Niger, scortati da uomini armati, per raggiungere il porto di Lomé, in Togo, e poi imbarcarsi verso la Russia. Non è una scena di un film distopico: è lo scenario che, secondo fonti francesi citate da Le Monde, preoccupa l’Eliseo.
Mille tonnellate di uranio concentrate ad Arlit, nell’ex miniera della società francese Orano, ora sotto il controllo della giunta militare di Niamey, potrebbero finire a Rosatom, il colosso nucleare russo.
Per Parigi è un affronto simbolico e una perdita materiale. Quelle miniere sono state per decenni la linfa delle centrali francesi: una dipendenza energetica mascherata da partenariato coloniale. Poi, nell’estate 2023, il colpo di Stato. Orano ha dovuto chiudere, i tecnici sono stati rimpatriati e gli impianti messi sotto controllo militare.
Da allora, il governo di Abdourahamane Tiani ha cercato nuovi partner e nuovi interlocutori, e Mosca si è fatta trovare pronta. Rosatom, già attiva in Mali e Burkina Faso, ha offerto al Niger non solo la compravendita dell’uranio stoccato, ma anche l’avvio di un programma nucleare civile con due reattori da costruire sul territorio.
In pubblico, la giunta nigerina parla di “sovranità energetica”; a Parigi, si parla di “furto”. Nel mezzo c’è la realtà: un Paese povero, ricchissimo di uranio, che si è visto tagliare fuori dal mercato occidentale e cerca ossigeno geopolitico dove può.
Se davvero l’accordo da 170 milioni di dollari fosse confermato, significherebbe che il Niger ha deciso di monetizzare quel deposito di 1 400 tonnellate di yellowcake accumulato ad Arlit, nonostante il contenzioso legale ancora aperto con Orano. Significherebbe anche che la Russia ha trovato un’altra porta d’ingresso verso le risorse africane, in un’area dove l’influenza francese si ritira giorno dopo giorno.

A Niamey l’operazione viene raccontata come un atto di emancipazione: l’uranio non appartiene a Parigi, ma al popolo nigerino. E in parte è vero. Per decenni, le royalties versate dalle compagnie francesi erano briciole rispetto ai profitti estratti.
Ma la geopolitica non è mai solo morale: la “liberazione” economica del Sahel sta avvenendo sotto protezione russa. Dove prima arrivavano i militari francesi, ora ci sono i contractor del Cremlino. Dove prima si sventolava la bandiera blu della cooperazione, ora sventola la bandiera tricolore russa tra le jeep dei nuovi alleati.
La storia di Arlit è così: un deposito di uranio che diventa campo di battaglia simbolico. Le autorità nigerine sostengono di voler usare i proventi per finanziare la sicurezza interna e i programmi di sviluppo. Ma intanto la rotta scelta per il convoglio — dal nord del Niger, attraverso il Burkina Faso fino al Golfo di Guinea — taglia in due zone dove operano gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato islamico.
Trasportare quel materiale significa attraversare il cuore della guerra africana con un carico radioattivo. È un rischio enorme, anche solo dal punto di vista logistico.
Per la Francia, è un colpo più ampio del semplice affare Orano. È la perdita del suo “pré carré”, quel cortile di influenza economica e politica che per decenni ha garantito all’Europa una fornitura stabile di materie prime in cambio di protezione militare.
Dopo il Mali, il Burkina e ora il Niger, il Sahel si sta spostando nel campo russo, dove Mosca offre armi, addestramento e appoggio diplomatico in cambio di contratti minerari. È la replica africana di ciò che la guerra in Ucraina ha scatenato a livello globale: la formazione di nuove alleanze energetiche, il ridisegno dei flussi di materie prime, la fine del monopolio occidentale sul sottosuolo africano.
Da Parigi trapelano parole di preoccupazione, ma anche di impotenza. Il tempo in cui un colpo di telefono poteva fermare un convoglio nel deserto è finito. Oggi i camion partono lo stesso, anche senza il permesso dell’ex potenza coloniale.
L’uranio che scivola via dal deposito di Arlit non è solo materia prima: è il segnale che il centro di gravità del potere si sta spostando. Dall’Eliseo a Mosca, passando per Niamey. Dal vecchio colonialismo all’era del nucleare geopolitico, dove ogni tonnellata di yellowcake pesa come un atto di guerra silenziosa.



