Quindici anni dopo la caduta di Ben Ali, migliaia di tunisini sono tornati a manifestare scandendo alcuni degli slogan che avevano accompagnato la rivoluzione del 2011. Lavoro, libertà, dignità. Parole che sembravano appartenere a una stagione definitivamente archiviata e che invece sono risuonate sabato 17 ottobre lungo l’avenue Habib Bourguiba, nel centro di Tunisi.
Questa volta il destinatario della protesta è Kaïs Saïed, il presidente che aveva promesso di riscattare il Paese dalla corruzione e dal fallimento della classe politica, finendo per concentrare nelle proprie mani un potere sempre più difficile da contestare. E senza riuscire a risolvere i problemi economici che avevano contribuito alla caduta del precedente regime.
La manifestazione, la più imponente contro Saïed degli ultimi anni, ha riunito migliaia di persone su iniziativa dell’UGTT, la principale confederazione sindacale tunisina, insieme ad associazioni per i diritti umani, organizzazioni professionali e forze dell’opposizione.
Avvocati, medici, giornalisti, studenti e disoccupati hanno attraversato la capitale chiedendo il ripristino delle libertà democratiche, la liberazione dei detenuti politici e risposte a una crisi economica che continua a pesare sulle condizioni di vita. Tra i cartelli, uno riassumeva efficacemente il legame tra le due questioni: «Non c’è dignità nella povertà». La manifestazione si è svolta pacificamente, nonostante l’imponente presenza delle forze di sicurezza.
I numeri aiutano a comprendere le ragioni del malcontento. Secondo l’Istituto nazionale di statistica tunisino, a settembre 2026 l’inflazione era del 5,6%, ma i prezzi dei prodotti alimentari erano aumentati dell’8,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il pollame costava il 16,5% in più, la frutta fresca il 16,3%, la carne bovina il 13%, le verdure quasi il 13%.
Non si tratta di consumi voluttuari, ma di beni essenziali, il cui rincaro incide soprattutto sui bilanci delle famiglie con redditi più bassi. E se l’inflazione è diminuita rispetto ai picchi degli anni precedenti, i prezzi non sono tornati indietro: continuano a salire, semplicemente a un ritmo meno sostenuto.
Ancora più preoccupante è la situazione occupazionale. Nel secondo trimestre del 2026 la disoccupazione riguardava il 14,9% della forza lavoro, ma raggiungeva il 35,4% tra i giovani dai 15 ai 24 anni. Tra i laureati era del 26,6%, con una differenza particolarmente grave tra uomini e donne: il 14,2% dei primi risultava disoccupato, contro il 35,6% delle seconde.
Un sistema economico nel quale oltre un giovane attivo su tre non trova lavoro e più di una laureata su tre rimane disoccupata difficilmente può offrire una prospettiva credibile di emancipazione attraverso l’istruzione. Sono proprio queste difficoltà ad alimentare una frustrazione che non può essere liquidata come semplice ostilità politica al presidente.
La Tunisia non è economicamente immobile. Nel secondo trimestre del 2026 il prodotto interno lordo è cresciuto del 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma una crescita di queste dimensioni, in presenza di disoccupazione elevata, rincari alimentari e difficoltà dei servizi pubblici, non basta a produrre un miglioramento percepibile delle condizioni materiali per una parte consistente della popolazione. I manifestanti denunciano anche interruzioni nelle forniture di acqua ed energia e carenze di medicinali. La crisi non riguarda dunque soltanto il reddito disponibile, ma la capacità dello Stato di garantire servizi essenziali.
È su questo terreno che la contestazione economica incontra quella politica. Saïed venne eletto nel 2019 presentandosi come un presidente estraneo agli apparati tradizionali, capace di restituire il potere ai cittadini dopo anni di instabilità e promesse mancate. Nel luglio 2021 sospese il Parlamento e avviò una progressiva concentrazione dei poteri, arrivando a governare per decreto e a ridisegnare l’assetto costituzionale.
La successiva repressione del dissenso, denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani, ha investito esponenti dell’opposizione, attivisti e giornalisti. Secondo una ricostruzione di Reuters pubblicata il 14 ottobre, almeno venti giornalisti risultano sottoposti a procedimenti giudiziari e quattro sono stati incarcerati. Il presidente respinge le accuse di autoritarismo, sostenendo di agire contro la corruzione e nell’interesse dello Stato.
Ma proprio la promessa di un potere finalmente esercitato nell’interesse popolare rende particolarmente significativa la manifestazione di sabato. La concentrazione dell’autorità nelle mani del presidente avrebbe dovuto consentire di superare le inefficienze e i conflitti della democrazia parlamentare tunisina.
Cinque anni dopo, però, i problemi sociali rimangono largamente irrisolti, mentre gli strumenti attraverso i quali i cittadini possono contestare le decisioni del governo si sono progressivamente indeboliti. È una contraddizione che investe direttamente la legittimazione politica di Saïed: se il potere viene concentrato in nome dell’efficienza e del riscatto nazionale, diventa inevitabile chiedere conto dei risultati.
In questo quadro assume particolare importanza il ritorno in piazza dell’UGTT. Il sindacato tunisino non è una semplice organizzazione di categoria, ma uno dei protagonisti della storia politica del Paese, con un ruolo decisivo anche nella transizione successiva alla rivoluzione del 2011. La sua partecipazione, insieme a organizzazioni professionali e associazioni civili, attribuisce alla manifestazione un carattere che va oltre la protesta occasionale contro il carovita.
È il tentativo di ricostruire uno spazio collettivo nel quale le rivendicazioni economiche possano nuovamente tradursi in iniziativa politica. E nel quale la richiesta di migliori condizioni materiali non venga separata dalla possibilità di organizzarsi, discutere e contestare il potere.
Non sappiamo se questa convergenza riuscirà a consolidarsi, né quanto consenso raccolga nel Paese. Le forze di opposizione rimangono divise e la partecipazione a una grande manifestazione non equivale automaticamente a una maggioranza politica. Ma la mobilitazione del 17 ottobre dimostra che la concentrazione del potere non ha cancellato la capacità di organizzazione di una parte importante della società tunisina. E soprattutto che la promessa di stabilità non è sufficiente quando il prezzo della vita quotidiana continua a crescere e l’accesso al lavoro rimane precluso a tanti giovani.


