Dal Brasile al Venezuela, il ritorno della Dottrina Monroe

Rio de Janeiro e il mar dei Caraibi sembrano lontani finché non ascoltiamo la parola che li collega: narcoterrorismo. A Rio, ce lo spiega Francesco Guerra su Diogene Notizie di oggi, la usa Cláudio Castro per raccontare la “guerra” nelle favelas; poco più a nord, la stessa chiave lessicale giustifica pattugliamenti navali, minacce d’interdizione e incidenti in mare con imbarcazioni sospettate di traffico.

Cambia la scena, non cambia il copione: si invoca un’emergenza per rendere straordinario ciò che dovrebbe restare politico, sociale, negoziato, misurabile. Così, mentre i blindati entrano nei vicoli di Alemão e Penha e il bolsonarismo ritrova la sua estetica dell’ordine, la destra statunitense rispolvera la vecchia grammatica emisferica, quella che dalla Dottrina Monroe in poi ha permesso d’imporre priorità di Washington sotto l’etichetta della stabilità.

Non serve stabilire una regia unica per vedere la coerenza: la stessa retorica che squalifica la povertà come minaccia e il territorio popolare come rifugio del nemico si traduce in licenza di colpire duro, con esiti che somigliano a un massacro quando si guarda al conto dei corpi e alla fragilità dei risultati.

Dentro questa cornice Lula non è l’artefice del blitz, perché in Brasile la sicurezza è competenza degli Stati, ma è il bersaglio implicito di un messaggio. La scenografia di Castro parla al Paese in termini semplici: chi esita è complice, chi media è debole, chi mette al centro scuole, case e lavoro “non ha capito” la guerra.

È la stessa riduzione che, a latitudini diverse, trasforma il mare in zona grigia dove l’eccezione diventa normalità e ogni sanzione preventiva si colora di necessità, mentre l’opinione pubblica viene addestrata a vedere nei flussi, nelle canoe, nei pescherecci la prova vivente di un assedio criminale.

Il punto non è assolvere i gruppi armati né chiuder gli occhi sul narcotraffico internazionale, ma riconoscere che senza intelligenza investigativa, taglio dei flussi finanziari, protezione dei testimoni e intervento sociale misurabile, l’urto di forza lascia intatte le rendite dei clan e moltiplica il rancore contro lo Stato. E il rancore è la valuta che fa vincere le destre quando promettono ordine come surrogato dei diritti.

“Presidente venezuelano Nicolás Maduro ordena fechamento da fronteira terrestre com o Brasil (Foto: Prensa Presidencial)” by Brasil de Fato is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Questo film lo abbiamo già visto. Nel 1954 il Guatemala scoprì quanto fosse facile ribattezzare “sicurezza” una destabilizzazione; nel 1965 fu la volta di Santo Domingo; nel 1973 il Cile pagò con una democrazia spezzata; poi l’operazione Condor, i Contras in Nicaragua, l’invasione di Panama del 1989, la stagione del Plan Colombia, fino ai tentativi più recenti di isolamento del Venezuela.

Ogni volta la stessa promessa: estirpare l’eccezione con l’eccezione, riportare la normalità con mezzi che la negano, dipingere come necessità tecnica ciò che è scelta politica. E ogni volta la stessa conseguenza: istituzioni svuotate, società più fragili, attori armati che si adattano meglio dello Stato al nuovo clima, perché vivono di rendite territoriali, non di consenso.

Per questo Rio non è soltanto Rio. È un laboratorio dove la dottrina dell’ordine si mette in mostra, misura il silenzio di Brasilia, testa il limite della tolleranza internazionale. È anche un promemoria per chi guarda al mare pensando che sia un argine: il mare è una via, e chi controlla la narrazione della minaccia controlla la legittimità della forza.

La destra Usa lo sa e lo ripete con disciplina, puntando a riprendersi l’America Latina non con un colpo di Stato da manuale ma con una somma di eccezioni ordinarie: blindati che entrano nei quartieri popolari, navi che pattugliano rotte opache, decreti che parlano di sicurezza mentre spostano il baricentro dalla politica alla polizia.

Nessuna simpatia qui per Maduro, il cui autoritarismo va combattuto con la democrazia, né indulgenza verso i gruppi criminali: è la consapevolezza che una regione si governa smontando le rendite del crimine e allargando i diritti, non moltiplicando i teatri dove la povertà è trattata come colpa e la forza come verità.

A Lula tocca l’ingrato compito di non farsi incastrare tra l’inerzia legalistica e l’emulazione muscolare. Può scegliere di esercitare leadership federale senza spettacolo, imponendo una cooperazione che colpisca la ricchezza illegale e non la geografia della miseria, aprendo contabilità trasparenti sulle vittime e investigazioni indipendenti sugli abusi, legando ogni real a risultati sociali visibili in quei quartieri dove oggi si spara.

Se invece prevarrà il riflesso dell’emergenza, la lunga storia delle ingerenze nordamericane troverà nuovi attori locali pronti a fare da cinghia di trasmissione, e l’alzamiento che oggi leggiamo tra Brasile e Venezuela si sedimenterà come senso comune: la sicurezza prima della giustizia, l’ordine prima dei diritti, la forza prima della politica. È una scelta che non riguarda solo Brasilia o Washington. Riguarda l’idea stessa di democrazia latinoamericana, se la vogliamo forte perché utile a se stessa, o debole perché utile agli speculatori d’oltre oceano.

Luiz Inácio Lula da Silva, presidente de Brasil” by Casa de América is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.