Quando il medico costa troppo, resta il chatbot

Ogni settimana oltre 230 milioni di persone nel mondo rivolgono a ChatGPT domande sulla salute e sul benessere. Il dato è fornito dalla stessa OpenAI e comprende richieste molto diverse: spiegazioni di analisi cliniche, interpretazione di sintomi, preparazione di una visita, indicazioni sulle terapie e problemi di accesso alle assicurazioni. Non siamo più davanti a un uso occasionale della tecnologia, ma a un sistema informale di consulenza sanitaria di massa.

L’allarme sui rischi è fondato. ChatGPT, Claude e gli altri modelli possono fornire informazioni sbagliate, sottovalutare un’emergenza o esprimere con grande sicurezza conclusioni che non possiedono alcuna validazione clinica. Ma l’invito a rivolgersi sempre a un medico ignora una questione preliminare: il medico è davvero accessibile a tutti?

Per una parte crescente della popolazione la scelta non è tra un professionista e un chatbot. È tra il chatbot e nessuna risposta.

La povertà cambia il modo in cui si usa l’AI

Negli Stati Uniti questo rapporto è già stato misurato. Un sondaggio nazionale della KFF, condotto nel 2026 su un campione rappresentativo di 1.343 adulti, ha rilevato che il 32% aveva utilizzato nell’ultimo anno strumenti di intelligenza artificiale per ottenere informazioni o consigli sulla salute. Il 29% li aveva usati per la salute fisica e il 16% per quella mentale.

La velocità è la ragione più diffusa, indicata dal 65% degli utenti. Ma il dato cambia quando si guarda al reddito. Tra chi guadagna meno di 40 mila dollari l’anno, il 32% afferma di aver utilizzato l’AI perché non poteva sostenere il costo di un professionista. Un altro 25% non aveva un medico abituale o non riusciva a ottenere un appuntamento.

Tra gli utenti sotto i trent’anni, il 38% indica come motivo principale l’assenza di un medico o l’impossibilità di prenotare una visita, mentre il 29% cita il costo. Gli adulti privi di assicurazione sanitaria ricorrono all’AI per problemi di salute mentale nel 30% dei casi, contro il 14% degli assicurati.

Questi numeri impediscono di ridurre il fenomeno alla pigrizia, alla curiosità tecnologica o all’irresponsabilità individuale. L’uso sanitario dei chatbot aumenta proprio tra le persone che hanno meno denaro, meno copertura e meno accesso ai servizi. Il ricco può chiedere all’AI quali domande rivolgere allo specialista. Il povero le chiede se può evitare lo specialista.

Per molti il chatbot non prepara la visita: la sostituisce

Il 16% degli adulti statunitensi ha utilizzato un sistema di intelligenza artificiale per decidere se fosse necessario consultare un medico. Il 19% lo ha impiegato per comprendere analisi, referti o diagnosi e un altro 19% per confrontare possibili trattamenti.

Il dato più importante riguarda ciò che avviene dopo. Tra coloro che hanno chiesto indicazioni sulla salute fisica, il 42% non ha avuto alcun successivo confronto con un professionista. Nel campo della salute mentale la quota sale al 58%. Tra i giovani tra i diciotto e i ventinove anni, uno su cinque ha chiesto consigli all’AI per un problema fisico senza poi rivolgersi a un medico.

Non si tratta quindi sempre di uno strumento che integra le cure. In una quota significativa dei casi le sostituisce.

Il meccanismo è semplice. Una visita può richiedere denaro, assicurazione, trasporti, permessi dal lavoro e settimane di attesa. Il chatbot risponde immediatamente, non chiede documenti e spesso non costa nulla. In un sistema diseguale, la sua inferiorità clinica può essere compensata dalla sua assoluta disponibilità materiale.

Il rischio non è teorico

In uno stress test pubblicato nel 2026 su Nature Medicine, ChatGPT Health è stato sottoposto a 960 interazioni costruite a partire da 60 scenari clinici. Il sistema ha assegnato un livello di urgenza insufficiente al 51,6% delle emergenze e ha invece sovrastimato il 64,8% dei casi che avrebbero potuto essere gestiti a casa. Tra le situazioni sottovalutate figuravano quadri compatibili con insufficienza respiratoria e chetoacidosi diabetica.

Il risultato non va trasformato automaticamente in una percentuale di errore nel mondo reale. Lo studio utilizzava scenari controllati e risposte a scelta forzata; una successiva ricerca preliminare ha sostenuto che, con conversazioni più naturali e la possibilità di chiedere chiarimenti, le prestazioni migliorano. Resta però dimostrato che i sistemi possono fallire proprio nei casi in cui il costo di una falsa rassicurazione è più alto.

Il problema è aggravato dalla fiducia generata dalla forma della risposta. Uno studio pubblicato su NEJM AI ha sottoposto a 300 persone risposte mediche scritte da professionisti e risposte prodotte dall’intelligenza artificiale. Dei 150 testi generati dall’AI, il 44% era stato classificato dai medici come poco accurato. I partecipanti non riuscivano però a distinguerli efficacemente da quelli dei professionisti e giudicavano credibili anche le indicazioni potenzialmente errate.

La macchina non deve essere infallibile per sostituire il medico. Le basta essere disponibile, convincente e gratuita.

In Italia 5,8 milioni di persone hanno rinunciato alle cure

In Italia non esiste ancora un’indagine nazionale che misuri quante persone si rivolgano a ChatGPT perché non possono pagare una visita. Esistono però dati molto precisi sulla popolazione che quella visita non riesce a ottenerla.

Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato pur avendone bisogno ad almeno una visita o a un accertamento diagnostico. Nel 2019 erano il 6,4%. Il 6,8% degli italiani ha indicato come causa le liste d’attesa e il 5,3% il costo economico della prestazione.

La rinuncia non è distribuita in modo uniforme. Riguarda l’11,4% delle donne contro l’8,3% degli uomini e raggiunge il 12,6% tra le persone tra i 45 e i 64 anni. Nel Mezzogiorno ragioni economiche e liste d’attesa hanno lo stesso peso, entrambe indicate dal 6,3% della popolazione.

Nello stesso anno la quota di persone che ha pagato interamente di tasca propria l’ultima visita o l’ultimo esame specialistico è salita dal 19,9 al 23,9%. Significa che quasi una prestazione specialistica su quattro viene ormai acquistata sul mercato privato senza rimborso assicurativo. Chi dispone del denaro salta la coda. Gli altri aspettano o rinunciano.

Secondo l’Ocse, il 48% della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie italiane riguarda proprio le cure ambulatoriali, contro una media del 22% nei Paesi dell’organizzazione. È il settore delle visite, delle diagnosi e degli specialisti: esattamente quello nel quale un chatbot può apparire come un’alternativa immediata.

Il vuoto lasciato dal servizio sanitario

Non si può ancora sostenere che i 5,8 milioni di italiani che hanno rinunciato a una prestazione si siano rivolti in massa all’intelligenza artificiale. Sarebbe un’affermazione priva di dati.

Si può però constatare che esistono contemporaneamente due fenomeni: milioni di persone con un bisogno sanitario insoddisfatto e centinaia di milioni di utenti che utilizzano ogni settimana un sistema gratuito capace di simulare una consultazione medica. È difficile pensare che questi due fenomeni restino separati.

L’AI entra nello spazio lasciato vuoto dal medico di base non disponibile, dallo specialista prenotabile dopo mesi, dallo psicologo non coperto dal servizio pubblico e dalla prestazione privata incompatibile con il reddito. Non sostituisce necessariamente il medico perché è migliore. Lo sostituisce perché il medico, per una parte della popolazione, non c’è.

Una medicina a due livelli

Lo stesso strumento produce effetti diversi a seconda della condizione sociale di chi lo utilizza. Chi possiede denaro può usare il chatbot per tradurre un referto, preparare una visita o chiedere una seconda spiegazione. Un eventuale errore viene controllato da un professionista.

Chi non possiede denaro rischia di assumere quella risposta come definitiva. Non perché creda ciecamente nella tecnologia, ma perché non può verificare altrove. L’errore dell’AI non è quindi socialmente neutrale. Per una persona può essere una risposta imprecisa da discutere con il medico. Per un’altra può diventare una diagnosi, una terapia o la decisione di non andare al pronto soccorso. La povertà trasforma una probabilità di errore in un rischio concreto.

Sconsigliare non basta

Le aziende tecnologiche precisano che i chatbot non sono medici e non devono essere utilizzati per diagnosticare o trattare malattie. È un’avvertenza necessaria, ma insufficiente.

Dire a una persona di consultare un professionista non le procura il denaro per una visita, non accorcia la lista d’attesa, non sostituisce il salario perso per una giornata di lavoro e non porta un medico in un territorio dove non è disponibile.

La risposta non può essere legittimare l’autodiagnosi. Deve essere impedire che l’AI diventi l’unica forma di assistenza accessibile ai poveri. Servono servizi pubblici di orientamento, telemedicina supervisionata, triage con personale sanitario, consultori, medicina territoriale e la possibilità di passare rapidamente dalla conversazione automatica a un professionista reale.

Altrimenti si consolideranno due sistemi sanitari paralleli: medici, analisi e specialisti per chi può pagare; risposte automatiche e avvertenze legali per tutti gli altri.

Il pericolo non è soltanto che una macchina dia un consiglio sbagliato. È che, per milioni di persone, quel consiglio sbagliato sia l’unico disponibile.