Immaginate ventimila elefanti che marciano su Berlino. Nell’aprile del 2024 il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, lanciò esattamente questa immagine in faccia alla Germania, in un’intervista a un giornale tedesco: se volete proibire l’importazione dei trofei di caccia, disse, allora prendeteveli voi. Ventimila. «Non è uno scherzo.» Qualche settimana prima un suo ministro ne aveva promessi diecimila a Hyde Park, nel cuore di Londra, così gli inglesi avrebbero capito che effetto fa averli sotto casa.
Viene da sorridere, ed è giusto sorridere. Ma dietro la provocazione c’è una guerra vera, e come tutte le guerre vere non la combattono quelli che la dichiarano. La combatte un contadino che non ha nome sui nostri giornali, e che una notte si sveglia perché il raccolto di un anno intero — il mais che doveva sfamare la sua famiglia fino al raccolto successivo — è stato spianato in poche ore da un branco di elefanti da sei tonnellate a testa. Non ha un’assicurazione. Non ha uno stipendio che ammortizzi il colpo. Molto spesso non ha nemmeno un indennizzo dallo Stato. Ha solo il campo distrutto e la stagione secca davanti.
Questa è la guerra degli elefanti. Non è l’uomo contro l’animale. È, come quasi tutto ciò di cui ci occupiamo, una faccenda di poveri.
Un animale che non conosce i confini
Partiamo dalla geografia, perché è qui che la storia diventa interessante. Al centro dell’Africa meridionale c’è la più grande area protetta transfrontaliera del mondo: si chiama KAZA e tiene insieme pezzi di cinque Paesi — Angola, Botswana, Namibia, Zambia, Zimbabwe. Il Botswana da solo ospita circa centotrentamila elefanti, un terzo di tutti gli elefanti di savana rimasti sul pianeta. È il numero più alto del mondo.
Il punto è che l’elefante quel numero non lo conosce e se ne infischia. Nell’arco di una settimana attraversa a piedi tre o quattro confini senza accorgersene, seguendo l’acqua e il cibo come fa da millenni. Ma a ogni confine cambia tutto: cambia la legge, cambia se può essere cacciato o no, cambia chi guadagna dalla sua presenza e chi ci rimette. I confini li abbiamo disegnati noi, a tavolino, in epoca coloniale. L’animale continua a camminare come se non esistessero.
Uno studio appena pubblicato su una rivista scientifica americana, PNAS Nexus, condotto da ricercatori californiani insieme all’Università della Namibia, ha messo dei numeri sotto questa intuizione. Guardando la regione dello Zambezi — la lingua di terra namibiana incuneata proprio dentro il KAZA — hanno calcolato che l’area ad alto rischio di scontro tra uomini ed elefanti crescerà tra il 33 e il 100 per cento entro il 2085.
Cioè, nello scenario peggiore, raddoppierà. E hanno individuato il colpevole principale, che non è il clima e non è l’elefante: è l’uso della terra. Più persone, più campi coltivati, più strade e recinzioni che, invece di tenere separati uomini e bestie, incanalano gli elefanti proprio addosso ai villaggi, come un imbuto. Trentotto comunità rurali, quasi centocinquantamila persone, vivono dentro quell’imbuto.
Perché la povertà torna a salire
Qui arriva il dato che ci riguarda da vicino. La regione dello Zambezi è sempre stata tra le più povere della Namibia. Ma la cosa impressionante è il movimento: nel 1991 i “poveri” erano l’81 per cento, poi la percentuale era scesa fino al 36 per cento nei primi anni Duemila, e infine è tornata a salire oltre il 50 per cento. La povertà non stava calando: a un certo punto ha invertito la marcia.
Perché il conflitto con gli elefanti non è solo una conseguenza della povertà, ne è anche una causa. È un cerchio che si morde la coda. Chi è povero coltiva dove può, e spesso l’unica terra disponibile è proprio quella lungo i corridoi degli animali. Lì l’elefante gli distrugge il raccolto. E il raccolto distrutto lo rende più povero, spingendolo l’anno dopo a coltivare ancora più vicino, ancora più esposto.

Gli elefanti, poi, colpiscono nel momento peggiore. Nella stagione secca, tra luglio e novembre, quando i granai sono già vuoti e la fame è più vicina. E colpiscono di notte, tra le nove di sera e le tre del mattino, quando una famiglia può solo stare a guardare. Non è una calamità qualsiasi: è quella che arriva quando hai meno difese.
Chi incassa e chi paga
Adesso la parte politica, che è quella su cui vale la pena litigare. Da queste parti la conservazione ha una regola: gli animali devono “ripagarsi”. Cioè turismo e caccia da trofeo devono portare soldi alle comunità che sopportano il peso di vivere accanto alle bestie. Il cacciatore europeo paga per abbattere il suo elefante, e una parte di quei soldi — in teoria — torna al villaggio.
In teoria. Nella pratica, il singolo contadino a cui l’elefante ha raso al suolo il campo raramente vede quei soldi. Lo dicono le stesse persone che intervistano gli abitanti: guadagnano il cacciatore e lo Stato, la comunità no. E qui si apre la vera guerra interna a questa storia, quella che i nostri giornali non raccontano mai: non è solo l’uomo contro l’elefante, è il contadino contro il proprio governo, è il villaggio contro gli operatori turistici, è chi subisce il costo contro chi intasca la rendita.
Nell’ottobre 2024 in Botswana è successa una cosa che sembrava dover cambiare tutto. Masisi, quello dei ventimila elefanti a Berlino, ha perso le elezioni. Al suo posto è arrivato Duma Boko, primo presidente non appartenente al partito che governava da cinquantotto anni. E Boko, in passato, si era detto contrario alla caccia da trofeo. Gli ambientalisti occidentali hanno brindato: finalmente il divieto.
È accaduto l’esatto contrario. Boko non solo ha mantenuto la caccia, l’ha allargata: la quota per il 2026 sale a 430 elefanti — più che mai — e per la prima volta include dieci leoni; si propone addirittura di rendere la caccia all’elefante possibile tutto l’anno.
I ricavi sono quasi raddoppiati in dodici mesi. Perché? Perché lo Stato è a corto di cassa: il Botswana campa di diamanti, e il mercato dei diamanti è crollato. Un Paese al verde ha guardato l’unica ricchezza che gli restava — gli animali — e ha deciso di venderla.
Ecco il cuore della faccenda, ed ecco perché questa storia lontana ci parla. Persino il presidente “buono”, quello su cui l’Occidente aveva proiettato le sue speranze etiche, messo con le spalle al muro dai soldi ha fatto ciò che la povertà gli imponeva. Non ha deciso la morale. Ha deciso il bilancio. Come sempre, come ovunque.
Riepilogando: qualcuno, lontano e potente, prende una decisione che lo fa sentire pulito — vietiamo i trofei, salviamo gli elefanti, che bella cosa — e il costo di quella decisione lo paga chi non ha voce per rispedirla al mittente. L’europeo che firma il divieto si sente dalla parte giusta. Il contadino che perde il raccolto resta dalla parte giusta anche lui, e continua a perdere.
Non è ipocrisia da poco. È lo stesso confine invisibile che separa chi legifera da chi subisce, e che passa dritto anche in mezzo alle nostre città. Il bracciante dello Zambezi che veglia il suo campo di notte e il nostro lettore che non arriva alla fine del mese non lo sanno, ma stanno dalla stessa parte di quella linea.
Non abbiamo la soluzione per gli elefanti del Botswana, come non l’avevamo due anni fa. Ma una domanda onesta possiamo ancora farcela: siamo davvero interessati a una soluzione che accontenti tanto gli elefanti quanto i poveri che ci vivono accanto? O ci basta il divieto che mette a posto la nostra coscienza e lascia il conto agli altri?
Con gli elefanti, si sa, è difficile discutere. Con noi stessi, dovrebbe esserlo un po’ meno.



