Sudan, l’oro della guerra sfugge alle sanzioni UE

Pochi giorni fa il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato la sua prima misura diretta contro il mercato dell’oro sudanese: divieto di acquisto, importazione e trasferimento del metallo proveniente dal paese, cui si aggiunge il blocco delle esportazioni verso il Sudan di mercurio e cianuro, le sostanze altamente tossiche usate per estrarlo e lavorarlo — con deroghe solo per usi umanitari e sanitari. In entrambi i casi è vietata anche la fornitura di servizi collegati: assistenza tecnica, intermediazione, sostegno finanziario.

È un atto di rilievo politico, ma dalla portata pratica incerta. Come documentano le inchieste sul tema, circa il 90% dell’oro che alimenta il conflitto viene estratto da miniere informali e contrabbandato dalle due parti in guerra verso Egitto, Ciad, Libia, Sud Sudan, fino a Uganda e Kenya, e soprattutto verso gli Emirati Arabi Uniti, dove viene “ripulito” e reimmesso legalmente sui mercati internazionali, Europa compresa.

Finché a restare fuori dal mirino sono gli hub di transito e le raffinerie, il divieto rischia di colpire il sintomo e non la filiera. È la ragione per cui Fondazione Nigrizia, i Missionari Comboniani e decine di organizzazioni della società civile chiedono alla Commissione una due diligence specifica per l’oro, capace di rafforzare i controlli su raffinerie e hub commerciali.

Le misure sull’oro non sono isolate. Il 30 gennaio 2026 l’UE aveva già colpito con congelamento dei beni e divieto di viaggio 18 individui e 8 entità legate a RSF, SAF e alla milizia islamista Baraa bin Malik, alleata dell’esercito.

Il 9 luglio il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede di designare le RSF come organizzazione terroristica e di sanzionare una società con sede negli Emirati, accusata di aver violato l’embargo ONU sulle armi in Darfur.

L’urgenza nasce da ciò che l’oro finanzia. È la principale moneta di scambio con cui le Forze armate sudanesi (SAF) e le milizie delle Forze di supporto rapido (RSF) acquistano armamenti sempre più sofisticati e letali — droni in primo luogo.

Nei soli primi cinque mesi del 2026, secondo l’Alto commissario ONU per i diritti umani, gli attacchi con droni hanno ucciso oltre mille civili; tra il 2024 e il 2025 le vittime di questi attacchi erano già aumentate di circa il 600%.

Il quadro militare resta bloccato. Dopo la riconquista di Khartoum da parte dell’esercito, nel marzo 2025, il paese è di fatto spaccato in due: SAF al centro-est, RSF a ovest. Nell’ottobre 2025 le RSF hanno preso El Fasher, ultima roccaforte governativa del Darfur, dopo un assedio di diciotto mesi: in tre giorni sarebbero state uccise circa 6.000 persone.

La miniera d’oro di Hassaï, nel Sudan nordorientale Foto di François Bouf licenza CC BY-NC-SA 2.0

Il 1° luglio 2026 Amnesty International ha qualificato quelle violenze come crimini contro l’umanità e pulizia etnica; una missione d’inchiesta indipendente dell’ONU aveva già parlato, a febbraio, di “tratti distintivi del genocidio”. Oggi la stessa dinamica minaccia El-Obeid, nel Kordofan settentrionale, dove circa mezzo milione di persone — inclusi oltre centomila sfollati — è intrappolato sotto assedio e droni.

Sul piano diplomatico, la mediazione del “Quad” (Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) ruota attorno a un piano statunitense per una tregua umanitaria di 90 giorni, un cessate il fuoco permanente e una transizione a guida civile.

Il 14 luglio le RSF hanno accettato la tregua ma respinto il ritiro dai territori conquistati; l’esercito continua a pretendere il ritiro totale dalle città occupate. Intanto le RSF hanno proclamato un governo parallelo, spingendo il paese verso una partizione di fatto.

Dietro le cifre della guerra c’è il collasso di un’intera società. Il Sudan vive una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta: quasi 19,5 milioni di persone — due su cinque — in insicurezza alimentare acuta (maggio 2026), di cui 135.000 in condizioni catastrofiche e oltre cinque milioni in emergenza. Nel 2026 si stima che 825.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta grave.

Gli sfollati interni sono quasi nove milioni; contando i rifugiati nei paesi vicini si superano i tredici milioni. Circa il 40% delle strutture sanitarie non è operativo, 17 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e riesplodono colera, morbillo e malaria. Ad aprile 2026 il piano di risposta umanitaria era finanziato solo al 20%.

Sul piano economico il quadro è di regressione storica. Il PIL si è contratto di circa il 29% nel 2023 e di un ulteriore 14% nel 2024, tra le contrazioni più ripide degli ultimi decenni. La povertà è salita dal 36% pre-guerra a stime intorno al 71% nel 2025.

L’UNDP avverte che, se il conflitto proseguisse fino al 2030, la povertà estrema potrebbe superare il 60% della popolazione — pari a circa 52 milioni di persone — spingendo altri 34 milioni nella deprivazione. Il Sudan è precipitato al 171° posto su 193 nell’Indice di sviluppo umano.

Il divieto europeo sull’oro, in questa cornice, è un tassello necessario ma parziale. Senza un intervento sui nodi di raffinazione e commercializzazione — e senza una tregua che apra corridoi umanitari reali — la catena che trasforma il metallo estratto nel Darfur in armi puntate sui civili resta intatta.

Foto Mohamed Elgoni/UNOCHA, licenza CC BY-SA 2.0