Il miracolo ruandese si paga in Congo

Il 4 luglio scorso il Ruanda ha celebrato Kwibohora, il giorno della Liberazione: 32 anni fa, nel 1994, il Fronte patriottico ruandese di Paul Kagame entrava a Kigali e metteva fine al genocidio dei tutsi — circa un milione di morti in cento giorni, ammazzati casa per casa mentre il mondo guardava altrove e l’Onu ritirava i caschi blu.

Va detto con precisione, perché la distinzione conta: il 4 luglio non è il giorno del lutto ma quello della vittoria. La commemorazione delle vittime, Kwibuka, cade il 7 aprile, anniversario dell’inizio dei massacri. Kwibohora celebra i vincitori. E dopo 32 anni, i vincitori sono ancora al potere.

Kagame governa di fatto dal 1994, formalmente dal 2000, rieletto nel 2024 con il 99,18% dei voti, con una Costituzione riscritta su misura che gli consente di restare fino al 2034. Il tema scelto quest’anno, “il cammino del Ruanda continua”, è involontariamente esatto. La domanda è verso dove.

Il Ruanda che il mondo conosce è una vetrina costruita con cura: il Paese più ordinato d’Africa, crescita economica intorno all’8%, il parlamento con la più alta percentuale di donne del pianeta (63,75% alla Camera), il punteggio anticorruzione più alto dell’Africa orientale, Kigali pulita che ospita summit, mondiali di ciclismo, accordi con squadre di calcio europee che portano sulla manica la scritta “Visit Rwanda”.

Sulla vetrina è stampato anche il credito morale del 1994: il Paese abbandonato dal mondo durante il genocidio ha incassato per trent’anni, comprensibilmente, una immunità diplomatica che nessun altro regime africano ha mai avuto. Il problema è ciò che la vetrina copre. Due cose, soprattutto: una guerra e la povertà.

Dall’altra parte del confine, nell’est della Repubblica democratica del Congo, combatte l’M23, un gruppo armato che secondo l’Onu, gli Stati Uniti e ormai chiunque tranne Kigali è una proiezione militare del Ruanda. Con il sostegno diretto dell’esercito ruandese — migliaia di uomini, droni, sistemi antiaerei e di disturbo Gps — l’M23 ha conquistato nel 2025 Goma e Bukavu, i capoluoghi del Nord e Sud Kivu, e i siti minerari strategici della regione.

Il bilancio umano: oltre sette milioni di sfollati, esecuzioni sommarie, torture, reclutamento nei campi profughi.

Il movente non è etnico: è geologico. Da quando l’M23 ha preso la miniera di Rubaya, nel 2024, controlla in monopolio l’export del coltan — il minerale dei nostri telefoni — verso il Ruanda, incassando circa 800 mila dollari al mese di “tasse” sulla filiera. Il Ruanda, che di coltan ne ha poco, è diventato un hub di raffinazione e riesportazione di minerali congolesi.

La diplomazia ha prodotto carta: un accordo quadro tra Congo e M23 firmato in Qatar a novembre, e il 4 dicembre 2025 gli “Accordi di Washington” firmati da Kagame e Tshisekedi sotto la regia di Trump, che li ha annunciati come un “grande miracolo”. Pochi giorni dopo la firma, l’M23 ha conquistato Uvira, città strategica al confine col Burundi.

Foto EmmysonB / Wikimedia Commons, CC0

Il 2 marzo 2026 il Tesoro americano ha fatto una cosa mai vista: ha sanzionato direttamente le Forze di difesa ruandesi — l’esercito di uno Stato sovrano — e quattro dei suoi vertici, incluso il capo di stato maggiore della difesa, per “palese violazione” degli accordi. L’M23 si è ritirato da Uvira, ma tiene Goma e Bukavu.

E qui sta l’ipocrisia che l’Oakland Institute ha documentato: mentre sanziona i generali, Washington continua a trattare il Ruanda come piattaforma d’affari per gli stessi minerali congolesi, con società legate allo Stato ruandese dentro le compagnie minerarie corteggiate dagli americani. La sanzione punisce la mano armata e stringe quella che incassa.

Va aggiunto, per onestà storica, che la contabilità dei “liberatori” non è mai stata pulita: il Mapping Report dell’Onu del 2010 ha documentato i massacri compiuti dall’esercito ruandese contro i profughi hutu in Congo tra il 1996 e il 1998. La guerra del Kivu di oggi è il terzo tempo di una partita iniziata allora.

E in casa? Secondo l’ultima indagine ufficiale sulle condizioni di vita (EICV7, 2023/24), il 27,4% dei ruandesi vive sotto la soglia di povertà nazionale e il 5,4% in povertà estrema. Il governo rivendica un calo di oltre 12 punti in sette anni, ma il confronto poggia su una metodologia cambiata e ricostruita a ritroso con modelli statistici — un dettaglio non secondario in un Paese dove ricercatori indipendenti e inchieste giornalistiche hanno contestato in passato la manipolazione delle statistiche sulla povertà, e dove contraddire i dati ufficiali può costare la libertà.

Anche prendendo i numeri per buoni, il quadro strutturale resta quello di un Paese povero: il 62% dei lavoratori sta nell’agricoltura, un lavoratore su quattro è povero pur lavorando, solo il 16% delle famiglie ha l’acqua in casa o nel cortile, e la disuguaglianza è tra le più alte di tutti i Paesi a basso reddito.

Il “miracolo” ruandese ha una geografia precisa: si chiama Kigali, dove la povertà dei lavoratori scende al 7,4% mentre nelle province rurali sfiora il 30%. I grattacieli della capitale, i summit e il “Visit Rwanda” sono finanziati da tre flussi: gli aiuti internazionali, che coprono una quota consistente del bilancio pubblico; i servizi resi alle potenze occidentali, dai contratti per accogliere migranti espulsi ai contingenti militari in affitto; e i minerali che attraversano il confine dal Kivu.

Questa è la mappa onesta di Kwibohora 32: una liberazione vera, che ha fermato uno dei crimini più atroci del Novecento, trasformata in un titolo di proprietà perpetuo sul potere. Un regime che ha usato il credito morale del genocidio per costruire un modello ammirato dai donatori e blindato in casa — 99% alle urne, opposizione in carcere o in esilio, stampa addomesticata — mentre un quarto della popolazione resta povera e la ricchezza che manca si va a prendere, con le armi, nel Paese accanto.

I contadini del Kivu sfollati dall’M23 e i contadini ruandesi che vivono con l’equivalente di pochi euro a settimana sono i due lati della stessa medaglia: pagano loro, in fondo alla catena, il prezzo della vetrina. Il 4 luglio, a Kigali, non erano sul palco.

Foto MONUSCO Photos / Wikimedia Commons