Ebola in Congo, il rischio corre nei funerali

Dal 15 maggio 2026 il Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato ufficialmente il diciassettesimo focolaio di Ebola dal 1976, quando il virus fu identificato per la prima volta nel Paese. Non è il ceppo più noto: si tratta del virus Bundibugyo, per il quale non esiste un vaccino approvato, e il vaccino già in uso contro un altro ceppo di Ebola non è efficace contro questo.

Al 30 giugno i casi confermati in RDC erano 1.406, con 438 morti; l’epidemia ha già raggiunto dimensioni tali da risultare la terza più grande mai registrata nel Paese, con epicentro nella provincia dell’Ituri e diffusione a Nord e Sud Kivu.
Dentro questa emergenza, uno degli strumenti di contenimento più importanti non riguarda ospedali o vaccini, ma qualcosa di molto più antico e delicato: il modo in cui si seppelliscono i morti.

Il virus Ebola si trasmette per contatto diretto con i fluidi corporei di una persona malata o deceduta, e chi partecipa ai funerali rientra tra le categorie a più alto rischio, insieme a chi assiste i malati in casa e al personale sanitario, perché il corpo di chi è morto di Ebola è estremamente infettivo.

Durante l’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016, la ricerca ha stimato che almeno il 20% dei nuovi contagi fosse collegato a funerali e sepolture. Nell’Ituri, dove i riti funebri tradizionali prevedono di lavare e toccare il corpo, dove l’alfabetizzazione sanitaria è limitata e dove le squadre di sepoltura hanno una copertura ridotta rispetto all’estensione geografica dei casi, quella quota può essere anche più alta.

Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera le cosiddette “sepolture sicure e dignitose” uno dei pilastri della risposta, insieme a sorveglianza, tracciamento dei contatti e gestione clinica dei casi.

Il protocollo prevede squadre specializzate, dotate di dispositivi di protezione individuale completi, che gestiscono l’intero processo: disinfezione del corpo con soluzioni di cloro a diverse concentrazioni, chiusura in appositi sacchi, trasporto e interramento.

La fossa deve essere scavata a una profondità di almeno 1,5-2 metri per impedire che animali selvatici disturbino i resti, e al termine della sepoltura il personale rimuove la propria attrezzatura protettiva seguendo una procedura rigorosa per evitare l’autocontaminazione.

Il problema è che tutto questo richiede una logistica che, in una provincia remota come l’Ituri, spesso semplicemente non esiste: le squadre di sepoltura operano in una delle carenze di approvvigionamento più critiche dell’intera risposta del 2026, perché servono contemporaneamente tuta protettiva completa, soluzioni di cloro a due concentrazioni diverse, sacchi per cadaveri e acqua per la decontaminazione, spesso in villaggi senza acqua corrente, senza fornitori nelle vicinanze e con strade sempre più impraticabili con l’avanzare della stagione delle piogge.

Immagine: Centers for Disease Control and Prevention / Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0

Il protocollo funziona solo se le comunità lo accettano, e l’accettazione non è affatto scontata. In molte aree dell’Ituri e del Nord Kivu, la promozione delle sepolture sicure ha incontrato resistenza perché veniva percepita come separazione dal defunto amato, negazione del contatto umano nel momento della morte, e sostituzione dei riti funebri tradizionali, considerati di grande importanza culturale e sociale nella regione.

Presso alcuni gruppi etnici, come i Batwa, la consuetudine prevede che i morti vengano sepolti in una capanna dopo aver scavato una piccola fossa e avvolto il corpo nell’erba, con una cerimonia che include la pulizia della salma con erbe medicinali: pratiche del tutto incompatibili con il protocollo sanitario, che impone di non toccare mai il corpo a mani nude.

Quando questa tensione esplode, le conseguenze possono essere gravi. Il 22 maggio 2026, dopo che ai familiari era stato impedito di recuperare il corpo di una persona morta per sospetta infezione da Ebola, alcuni manifestanti hanno dato fuoco ai reparti di isolamento dell’ospedale generale di Rwampara, vicino a Bunia, nella provincia dell’Ituri.

La polizia ha dovuto sparare colpi di avvertimento per disperdere la folla, un operatore sanitario è stato ferito da un lancio di pietre, e l’incendio ha distrutto anche un corpo già preparato per la sepoltura insieme a diverse tende ospedaliere.
Rispetto ai focolai passati, quello attuale presenta due ostacoli aggiuntivi.

Il primo è clinico: a differenza del ceppo Zaire, per il virus Bundibugyo non esiste alcun vaccino autorizzato né una terapia specifica, e la risposta deve affidarsi quasi interamente a misure di sanità pubblica generali, sorveglianza, isolamento precoce, tracciamento dei contatti e, appunto, sepolture sicure.

Il secondo è temporale: tra la comparsa dei primi sintomi nel caso indice presunto, il 24 aprile, e la conferma di laboratorio, il 14 maggio, sono passate quattro settimane, durante le quali la trasmissione comunitaria è proseguita senza che alcun protocollo di sepolture sicure fosse ancora attivo, e diversi contatti sono diventati sintomatici e sono morti prima di essere isolati. Ogni morte avvenuta in quelle settimane, e non gestita secondo il protocollo, è un potenziale evento di trasmissione.

L’esperienza raccolta durante la precedente grande epidemia nell’Ituri e nei due Kivu, tra il 2018 e il 2020, offre un’indicazione operativa utile: le squadre di sepoltura più efficaci non sono quelle gestite direttamente da organizzazioni umanitarie esterne, ma quelle radicate nella comunità locale e semplicemente sostenute, non possedute, dalla Croce Rossa o da altre organizzazioni umanitarie: una lezione che riguarda tanto l’efficacia sanitaria quanto la fiducia tra chi risponde all’epidemia e chi la vive.

Dietro la cifra dei 438 morti in RDC, quindi, non c’è solo un bilancio clinico. C’è, sepoltura dopo sepoltura, un negoziato quotidiano tra il bisogno di fermare un virus letale e il diritto di una comunità a piangere i propri morti nel modo in cui ha sempre saputo farlo.

Foto: MONUSCO / Mamadou Alain Coulibaly, licenza CC BY-SA 2.0