Senza dimora, senza scampo: il caldo uccide in strada

Non c’è una porta da chiudere, non c’è un ventilatore da accendere, non c’è nemmeno l’ombra di un balcone dove aspettare che passi il picco delle tre del pomeriggio. Per chi vive in strada, l’ondata di caldo che sta stringendo l’Italia non è un disagio da attraversare, è un rischio diretto sul corpo, ore su ore, senza possibilità di ritirarsi da nessuna parte.

Non è un’immagine retorica: è la condizione materiale di decine di migliaia di persone in questo paese, proprio nei giorni in cui i bollettini parlano di bollino rosso come se riguardasse tutti allo stesso modo. Non riguarda tutti allo stesso modo. E i numeri, quando li si guarda con attenzione, raccontano una storia che i titoli sul caldo record raramente includono.

I numeri di una strage che non fa notizia

Secondo l’ultima rilevazione Istat, condotta con fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) nelle quattordici città metropolitane italiane, sono oltre 10mila le persone senza fissa dimora censite, quasi la metà delle quali, circa 4.500, vive letteralmente in strada, senza nemmeno l’accoglienza notturna di un dormitorio. Roma guida la classifica, seguita da Milano, Torino e Napoli.

Ogni anno, secondo il monitoraggio della stessa fio.PSD, muoiono oltre 400 persone senza dimora sulle strade italiane: 414 nel solo 2025. L’età media dei decessi è 46 anni, contro un’aspettativa di vita nazionale che supera gli 82. Il rapporto chiama questo fenomeno “la strage invisibile”, perché si consuma tutto l’anno, non solo nelle emergenze stagionali che finiscono sui giornali.

D’inverno si muore di più, certo, ma il caldo estremo è ormai una delle cause dirette di morte tra le persone che vivono per strada, insieme a malori improvvisi, patologie mai curate, isolamento sociale assoluto. Chi non ha una casa non ha nemmeno accesso regolare a cure mediche, e questo trasforma un colpo di calore, che per chiunque altro sarebbe un episodio gestibile in poche ore, in un evento potenzialmente fatale.

Guardando città per città, emerge una geografia dell’assistenza tutt’altro che uniforme, e la distinzione più importante da fare è tra chi ha costruito un canale pubblico dedicato ai senza dimora e chi si affida, di fatto, a reti di rifugi aperti a tutta la cittadinanza, senza qualcuno che vada attivamente a cercare chi in quei rifugi non riesce ad arrivare da solo.

Napoli ha probabilmente il sistema pubblico più strutturato: una Centrale Operativa Senza Dimora attiva tutti i giorni con un numero dedicato, cinque équipe di Unità di Strada che coprono dodici ore al giorno distribuendo acqua e beni di prima necessità, centri diurni con orari anticipati nelle ore più calde. A questo si affianca, e qui la distinzione tra pubblico e privato conta, una rete religiosa parallela: la Comunità di Sant’Egidio accoglie quasi cento persone nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, il Real Albergo dei Poveri offre docce e lavanderia. Nonostante questo impianto, tra gli accessi al pronto soccorso del CTO in questi giorni figura anche un senzatetto colpito da colpo di calore: nemmeno il sistema meglio organizzato d’Italia riesce a intercettare tutti.

Roma, con circa 2.600 persone senza dimora, ha messo in campo unità di strada rafforzate e centri diurni climatizzati, ma attraverso un meccanismo di gara d’appalto che introduce un’incognita: non è chiaro con quanta puntualità il servizio parta rispetto ai tempi reali dell’emergenza climatica, che non aspetta la burocrazia di un bando.

Firenze si distingue per il numero di realtà del terzo settore coinvolte: Ordine di Malta, Medici per i Diritti Umani, Croce Rossa, le Misericordie, un progetto dedicato alle donne senza dimora, uno dedicato ai migranti con dipendenze. È forse la città dove pubblico e volontariato lavorano più a stretto contatto.

Bari coordina un piano che coinvolge oltre cinquanta soggetti tra Comune, ASL, Caritas e associazioni, ma resta più opaco su chi fa cosa, con meno dettagli operativi resi pubblici rispetto a Napoli e Roma.

Poi ci sono le città che hanno scelto un altro modello. Bologna, Milano, Verona, Genova, Torino hanno costruito reti diffuse di “rifugi climatici”, decine o centinaia di luoghi pubblici, aperti a tutti, dove chiunque può entrare a ripararsi dal caldo. Sono infrastrutture importanti, ma sono per definizione universaliste: proteggono chi ha l’informazione e la lucidità per raggiungerle da solo.

Chi vive ai margini più estremi, chi ha problemi di salute mentale o dipendenze, chi semplicemente non sa che quel rifugio esiste, resta fuori da questo tipo di rete, per quanto ben progettata. Nessuna di queste città dichiara esplicitamente unità di strada dedicate specificamente ai senza dimora nei giorni di picco.

Palermo e Catania, infine, si affidano finora al solo aggiornamento generico dei piani di Protezione civile, senza interventi specifici dedicati a chi vive in strada.

I numeri utili, per chi vuole segnalare:
Napoli: Centrale Operativa Senza Dimora, 081.18916811, attiva ogni giorno dalle 8 alle 20.
Roma: numero verde teleassistenza del Piano Caldo, 80095774.
Per situazioni di emergenza in qualsiasi città, resta valido il numero unico di pubblica utilità del Ministero della Salute, il 1500, attivo per informazioni e orientamento durante le ondate di calore.

Anche là dove il sistema pubblico funziona meglio, resta un problema di fondo che nessun piano estivo, per quanto ben scritto, riesce a risolvere da solo: queste persone restano ai margini di un sistema sanitario e sociale che continua a inseguirle, invece di prevenire la loro caduta nella marginalità estrema. La stessa fio.PSD, commentando i dati nazionali, ricorda che la maggior parte delle morti in strada non dipende dal singolo evento climatico, ma dall’accumulo di anni senza accesso a cure regolari, senza una rete che intercetti per tempo chi sta scivolando fuori da ogni protezione.

Il caldo, come il freddo, non fa che portare a galla e rendere improvvisamente letale una vulnerabilità che lo Stato lascia costruire per anni, prima di intervenire con un’unità di strada quando ormai è quasi troppo tardi.

Finché la risposta resterà stagionale, un piano che si attiva a giugno e si smonta a settembre, e non diventerà invece una politica strutturale contro la povertà abitativa, ogni estate porterà lo stesso bilancio: qualche buon protocollo scritto sulla carta, e qualcuno che comunque muore prima che quel protocollo riesca a raggiungerlo.

“Homeless camp” by Richard Masoner / Cyclelicious is licensed under CC BY-SA 2.0.