Il conteggio nazionale dell’inverno 2025-2026 è ancora in aggiornamento, ma le cronache locali dicono già abbastanza per capire che, come ogni anno, non siamo davanti a una parentesi stagionale.
La primavera si avvicina, ma l’emergenza non è per niente finita per chi passa le sue notti in strada senza riparo. Una scena con cui ormai sembriamo a bituati a convicere come se fosse normale.
A Milano, nelle prime settimane del 2026, si è registrata una sequenza ravvicinata di morti in strada, con un bilancio cittadino cresciuto rapidamente già entro metà febbraio.
A Roma, all’inizio di gennaio, la morte di un giovane senza dimora ha riportato al centro la stessa ferita: la solitudine estrema che diventa notizia solo alla fine, quando il corpo viene trovato o quando qualcuno lo riconosce. Altre sono seguite.
Il punto, però, non è aspettare l’ultima cifra per capire il problema. Il problema è già qui, ed è politico: continuiamo a raccontare queste morti come “emergenza freddo”, quando in realtà sono il prodotto di una presa in carico pubblica intermittente della povertà estrema.
Per capirlo basta guardare all’ultimo bilancio nazionale consolidato, quello dell’Osservatorio fio.PSD sul 2025: 414 persone senza dimora morte in strada in Italia. Non è un picco eccezionale, ed è proprio questo l’aspetto più grave: è un numero che conferma una continuità.
fio.PSD lo ripete da anni: la strada uccide in inverno, certo, ma anche in primavera e in estate, perché amplifica qualsiasi fragilità — un malore, una caduta, una malattia non curata, il caldo, il freddo.
In altre parole, non si muore solo per la temperatura. Si muore perché si vive fuori da una rete stabile di protezione. Il freddo accelera, ma non inventa: rende più rapida e visibile una vulnerabilità che si costruisce nel tempo, tra povertà estrema, salute fragile, dipendenze, isolamento e accesso intermittente ai servizi.

Per evitare il qualunquismo, bisogna dirlo bene: non è vero che “nessuno fa niente”. I Comuni attivano piani freddo, il terzo settore e le unità di strada lavorano ogni giorno, reti come fio.PSD tengono insieme monitoraggio e dati. Il problema è un altro: la risposta resta troppo spesso stagionale, frammentata e diseguale tra territori.
Si interviene sulla notte, meno sul giorno; sull’urgenza, meno sulla continuità; sull’accoglienza immediata, meno sulla catena casa-salute-servizi che impedisce di tornare in strada.
Qualche progresso è stato fatto, ma le risorse di Comuni e Stato vengono continuamente dirottate verso altri settori, i grandi eventi come le Olimpiadi, con bilanci che fanno ancora più risaltare come la scelta di non destinare risorse minime a una questione di profonda umanità sia precisa
Ed è qui che la responsabilità diventa politica in senso pieno. Ai Comuni si chiede di non fermarsi alla logica del piano freddo. A Regioni e sanità territoriale si chiede di colmare la frattura tra strada, salute mentale, dipendenze e medicina di prossimità.
Al livello nazionale si chiede qualcosa che ancora manca: standard omogenei, risorse continuative e una governance che renda il contrasto alla grave marginalità un asse strutturale, non un riflesso stagionale. Le linee d’indirizzo esistono; il problema è la loro forza reale nella vita quotidiana delle città.
Ogni inverno la discussione pubblica si restringe al meteo, ai posti letto, all’urgenza delle prossime 48 ore. È comprensibile, ma insufficiente.
La questione vera è più scomoda: se una democrazia accetta che una parte dei suoi cittadini entri e resti in una zona di assistenza discontinua, allora non sta solo gestendo male un’emergenza, sta ridefinendo al ribasso il perimetro dei diritti.
E il bilancio dei morti in strada, a quel punto, non è soltanto un dato sociale: è un indicatore politico di ciò che scegliamo di considerare tollerabile.



