L’Italia delle cambiali: la povertà che non si vede

Quando si parla di povertà si guarda quasi sempre al reddito, all’inflazione o al numero delle persone in difficoltà. Esistono però indicatori meno conosciuti che descrivono altrettanto bene la fragilità economica delle famiglie e delle piccole imprese.

Tra questi ci sono i protesti di cambiali e assegni. I dati relativi al 2024, pubblicati dall’Istat, offrono uno spaccato di quell’Italia che continua a vivere ai margini del credito tradizionale e che troppo spesso rimane invisibile nel dibattito pubblico.

A una prima lettura sembrerebbe esserci una buona notizia. Nel 2024 i protesti iscritti nel Registro informatico sono stati 222.999, con una lieve diminuzione dello 0,9% rispetto al 2023 e un crollo di oltre l’81% rispetto al 2013.

Il dato quantitativo, tuttavia, non basta a descrivere il fenomeno. A crescere è infatti il valore economico delle insolvenze, che ha superato i 264 milioni di euro, il 10,5% in più rispetto al 2023. Le cambiali rappresentano circa 181 milioni di euro, mentre gli assegni superano gli 83 milioni. I protesti diminuiscono leggermente, ma diventano economicamente più onerosi.

Dietro questi numeri ci sono 61.040 soggetti protestati: 42.590 persone fisiche e 18.450 imprese. Ancora più significativo è il fatto che ciascun soggetto abbia mediamente 3,7 protesti iscritti. Non si tratta quindi di episodi isolati, ma spesso dell’espressione di una difficoltà economica persistente, che si trascina nel tempo e coinvolge ripetutamente gli stessi soggetti.

L’Istat ricorda che i protesti rappresentano ancora oggi un importante indicatore economico e sociale, perché riguardano soprattutto quella parte della popolazione e dell’imprenditoria che resta esclusa dalle forme ordinarie di finanziamento, dal credito al consumo e, in molti casi, anche dalla digitalizzazione dei pagamenti.

Sono persone che non riescono ad accedere ai prestiti bancari a causa di requisiti troppo stringenti, costi elevati o precedenti segnalazioni come cattivi pagatori. Oppure famiglie e piccoli imprenditori colpiti da una crisi improvvisa e privi della liquidità necessaria.

Per loro la cambiale continua a rappresentare una scelta obbligata, più che un vero strumento finanziario: un modo per acquistare beni essenziali, rinviare un pagamento o saldare altri debiti, mettendo spesso a garanzia il proprio patrimonio personale.

Non è un caso che le cambiali costituiscano l’88,7% di tutti i protesti registrati nel 2024, mentre gli assegni rappresentano appena l’11,3%. Delle quasi 198 mila cambiali protestate, la maggioranza riguarda persone fisiche, confermando come questo strumento sia oggi utilizzato soprattutto da chi vive in condizioni di fragilità economica.

Tra gli aspetti più interessanti del rapporto emerge però anche un altro fenomeno, meno evidente ma particolarmente significativo. Le cambiali protestate riconducibili alle persone diminuiscono del 4% rispetto al 2023, mentre quelle intestate alle imprese aumentano del 20,8%.

Crescono anche gli assegni protestati, sia tra le persone, con un incremento del 6,9%, sia tra le imprese, dove l’aumento raggiunge il 18,7%. Il dato suggerisce che le difficoltà di liquidità non riguardano soltanto le famiglie, ma coinvolgono sempre più anche microimprese, artigiani, commercianti e partite Iva, spesso esclusi dai canali di credito più favorevoli e costretti a finanziare la propria attività attraverso strumenti sempre più onerosi.

In un Paese nel quale carte, bonifici e altri strumenti digitali dominano ormai il sistema dei pagamenti, nel 2024 le cambiali emesse aumentano dell’8,1%, passando da circa 6,1 a quasi 6,7 milioni. Anche il loro tasso di utilizzo cresce, da 104 a 113 cambiali ogni mille abitanti.

È un segnale che merita attenzione, perché sembra indicare che, accanto alla modernizzazione del sistema dei pagamenti, esiste una fascia di popolazione che torna ad affidarsi a strumenti considerati superati, semplicemente perché non dispone di alternative.

La geografia del fenomeno racconta un’Italia divisa. I protesti diminuiscono soprattutto nelle Isole, con un calo del 6,8%, e nel Nord-ovest, dove scendono del 5,7%. Crescono invece nel Centro, con un aumento del 6,4%, e rimangono sostanzialmente stabili nel Mezzogiorno, dove fanno registrare un incremento dello 0,1%.

Il Lazio presenta il più elevato tasso di assegni protestati, mentre nelle Isole si osserva il maggiore utilizzo delle cambiali, ma anche il più basso tasso di protesto. Sono dati che confermano l’esistenza di dinamiche territoriali molto differenziate.

L’aumento del valore dei protesti, la crescita delle cambiali emesse e il peggioramento registrato tra le imprese raccontano una realtà precisa: una parte del Paese continua a vivere in una condizione di forte vulnerabilità finanziaria e fatica a trovare strumenti ordinari con cui affrontarla.

Per questo i protesti continuano a rappresentare un indicatore prezioso delle disuguaglianze sociali. Non misurano soltanto un’insolvenza, ma raccontano le strategie di sopravvivenza economica di famiglie e piccole imprese: il ricorso alle cambiali per acquistare beni essenziali, il rinvio dei pagamenti, la difficoltà di ottenere credito e l’accumulo dei debiti.

È una povertà spesso invisibile nelle statistiche tradizionali, ma che emerge chiaramente quando si osservano gli strumenti ai quali sono costretti a ricorrere coloro che rimangono ai margini del sistema finanziario.

Proprio per questo i dati Istat sui protesti meritano di essere letti non come una semplice rilevazione amministrativa, ma come uno specchio delle nuove forme di vulnerabilità economica che attraversano il Paese. Diogene Notizie intende contribuire a renderle visibili e a trasformarle in materia di analisi e discussione pubblica.

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Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini