Un adulto su quattro è caregiver: il welfare invisibile

In Italia un adulto su quattro si prende cura gratuitamente di un familiare, di un amico o di un vicino. Sono 12 milioni e 300mila persone, il 24,9% della popolazione maggiorenne. Non tutte convivono con chi assistono: 9,6 milioni prestano cure a persone esterne alla propria abitazione, mentre 4,4 milioni aiutano familiari coabitanti con problemi di salute.

Le due platee in parte si sovrappongono, perché c’è anche chi sostiene contemporaneamente persone dentro e fuori casa. È il vasto welfare informale fotografato dall’Istat: una rete quotidiana di accompagnamenti, pasti preparati, pratiche burocratiche, faccende domestiche, compagnia, assistenza sanitaria e cura personale.

La sua ampiezza racconta certamente la forza dei legami familiari e sociali. Ma sarebbe consolatorio fermarsi qui. Dietro la solidarietà c’è anche la necessità: milioni di persone intervengono dove l’assistenza pubblica non arriva, arriva tardi oppure offre prestazioni insufficienti rispetto alla durata e alla complessità dei bisogni.

L’Istat lo dice con particolare chiarezza osservando le Isole, dove è più frequente il doppio carico di cura verso conviventi e non conviventi. Non è soltanto una differenza culturale: è anche l’effetto di un’offerta di servizi più debole e diseguale sul territorio.

Il tempo dedicato alla cura dà la misura del fenomeno. Il 31,9% dei caregiver, circa quattro milioni di persone, assiste qualcuno per almeno venti ore alla settimana. Non si tratta più di un favore occasionale, ma di un’attività che ha il peso di un lavoro part-time, svolto senza stipendio, contributi e spesso senza riposo.

Tra chi cura familiari conviventi, il 29,3% supera le venti ore. Nelle regioni meridionali il lavoro di cura intenso è più diffuso: riguarda il 33,8% dei caregiver familiari nel Sud e il 35,2% nelle Isole, contro il 23,2% nel Nord-est.

Anche in questo settore la famiglia italiana continua a significare soprattutto le donne. Tra chi assiste persone non coabitanti, le caregiver sono il 21,7% della popolazione femminile adulta, contro il 17% degli uomini. Il divario diventa più netto quando la cura si somma all’occupazione: tra i lavoratori presta questo tipo di aiuto il 27,2% delle donne e il 18,2% degli uomini.

E tra le occupate che assistono un convivente, la quota di chi dedica alla cura almeno venti ore è quasi doppia rispetto agli uomini: 26,1 contro 13,9%. La retorica della “naturale predisposizione femminile” nasconde così una redistribuzione molto concreta del tempo, delle opportunità professionali e del reddito.

Il dato sui caregiver va letto dentro la trasformazione demografica del Paese. L’Italia invecchia mentre le famiglie diventano più piccole: la dimensione media è scesa a 2,2 componenti e gli ultraottantacinquenni hanno raggiunto nel 2024 i 2,41 milioni.

Aumentano dunque le persone che possono avere bisogno di assistenza, ma diminuiscono i familiari sui quali distribuire il carico. Il modello fondato sulla disponibilità quasi illimitata della famiglia diventa sempre meno sostenibile, soprattutto quando figli e figlie vivono lontano, lavorano con orari rigidi o appartengono essi stessi a fasce di età avanzate.

I numeri del welfare comunale spiegano perché la rete informale sia diventata tanto decisiva. Nel 2022 i Comuni hanno destinato ai servizi sociali 8,9 miliardi di euro al netto delle compartecipazioni, appena lo 0,46% del Pil. La spesa media è stata di 150 euro per abitante, ma con una distanza enorme tra i 207 euro del Nord-est e i 78 euro del Sud.

Per l’assistenza domiciliare agli anziani sono stati spesi 464 milioni, pari a 33 euro l’anno per ogni anziano residente; nel Sud appena 21. Rispetto al 2012, inoltre, i beneficiari dell’assistenza domiciliare in rapporto alla popolazione anziana sono diminuiti in tutte le aree del Paese.

È in questo vuoto che si collocano i caregiver. Il loro lavoro consente a persone fragili di restare a casa, evita o ritarda il ricorso alle strutture residenziali, garantisce continuità alle cure e assorbe incombenze che altrimenti ricadrebbero sui servizi sanitari e sociali.

Ma proprio perché produce un beneficio collettivo non può continuare a essere considerato una questione privata, affidata alla resistenza delle singole famiglie.

Riconoscere i caregiver non significa limitarsi a una definizione giuridica o a un’indennità simbolica. Significa garantire periodi di sollievo, assistenza domiciliare, formazione, sostegno psicologico, flessibilità lavorativa e tutele previdenziali.

Significa soprattutto costruire servizi accessibili nello stesso modo a Palermo e a Bologna, sottraendo il diritto all’assistenza alla lotteria del luogo di residenza e delle risorse economiche familiari.

L’indagine Istat non descrive quindi soltanto un’Italia generosa. Descrive un Paese nel quale una parte essenziale del welfare è stata trasferita silenziosamente nelle case. Dodici milioni di persone tengono in piedi ogni giorno un sistema che, senza di loro, mostrerebbe immediatamente tutte le proprie crepe.

La domanda non è quanto ancora le famiglie siano disposte a fare, ma quanto a lungo lo Stato possa continuare a considerare inesauribile questo lavoro gratuito.