Liberare l’Iran, deportare le sue donne

Mentre i negoziatori limavano la “pace” e si celebrava una guerra combattuta — si diceva — per affrancare gli iraniani dagli ayatollah, lo stesso governo caricava su un aereo per Bangui almeno una donna iraniana fuggita proprio da quella persecuzione. Non è un’incoerenza: è la stessa logica, vista dall’altro lato.

Il 12 giugno un volo con circa due dozzine di migranti è atterrato nella Repubblica Centrafricana. A bordo, insieme ad afghani e siriani, almeno una donna iraniana che negli Stati Uniti aveva cercato rifugio e che un giudice aveva protetto dall’espulsione verso l’Iran, riconoscendo fondato il suo timore di persecuzione.

È stata mandata invece in un paese che il Dipartimento di Stato americano — lo stesso governo che la deporta — liquida sul proprio sito con tre parole: non andateci per nessun motivo.

La Repubblica Centrafricana è uno dei paesi più poveri e martoriati del pianeta: nessun sistema sanitario funzionante, violenza endemica e — documentate dagli stessi Stati Uniti — uccisioni illegali, torture, detenzioni arbitrarie. I deportati non vi hanno alcun legame.

È, per ammissione degli analisti, una scorciatoia legale: poiché i tribunali vietano di rispedire queste persone a casa, le si spedisce in un terzo paese pericoloso. Un respingimento per interposta nazione.

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Washington ha stretto accordi simili, spesso segreti, con almeno nove Stati africani; migliaia di persone sono già state deportate verso una ventina di paesi non loro.

Sullo stesso volo, secondo i legali, c’era un anziano siriano coperto di cicatrici da tortura, diabetico, per il quale un giudice americano aveva riconosciuto fondato il timore di rientrare in patria.

Senza accesso ai farmaci morirà, dice la sua avvocata, e aggiunge la frase che vale come una radiografia: lo sanno benissimo che morirà, se lo mandano lì. Non ignoranza, dunque. Conoscenza, e indifferenza.

Qui i due fili si annodano. Per mesi la popolazione iraniana è stata l’autorizzazione morale di una guerra: bombe per liberare un popolo dal suo carceriere. Ma il popolo dei discorsi e i civili in carne e ossa non hanno mai coinciso.

Quella donna era esattamente l’iraniana che la propaganda diceva di voler salvare — una persona in fuga dalla repressione degli ayatollah. E i liberatori, potendo scegliere, non l’hanno allontanata dal pericolo: ce l’hanno spinta dentro, verso Bangui.

Nelle stesse settimane in cui al tavolo si discuteva la fine della guerra “per il popolo iraniano”.

Non chiamatela ipocrisia: parola troppo indulgente, perché presuppone un valore tradito. Qui il valore non c’è mai stato. L’iraniano astratto serviva da pretesto quando giustificava i missili; l’iraniana concreta è un ingombro quando bussa alla porta.

È la stessa operazione vista da due lati: in entrambi i casi la persona reale non è un soggetto da proteggere, ma un oggetto da spendere o da smaltire. La liberazione a colpi di bombe e la deportazione a Bangui non si contraddicono: si completano.

Per questo l’editoriale qui accanto e questa storia vanno letti insieme. Il primo racconta come è stato trattato un popolo che si diceva di voler liberare; la seconda mostra cosa si fa, nello stesso mese e con la stessa firma, di chi da quel popolo è davvero fuggito.

La domanda non è più se a Washington importasse della popolazione iraniana. È perché abbiamo finto, per mesi, e con loro gli “alleati”, di crederci.

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