Gli attacchi che hanno colpito il Mali nelle ultime ore non raccontano soltanto l’avanzata dell’integralismo islamico nel Sahel. Raccontano il fallimento di tutte le promesse di sicurezza fatte al Paese negli ultimi anni: quella francese, quella internazionale, quella della giunta militare e ora anche quella russa. Ogni volta è stato detto ai maliani che serviva più forza, più esercito, più guerra, più alleati armati. Ogni volta la sicurezza è arretrata.
Sabato 25 aprile, il Mali è stato attraversato da una serie di attacchi coordinati contro città, basi e obiettivi strategici. Secondo Associated Press, gruppi legati ad al-Qaeda e separatisti tuareg dell’Azawad Liberation Front hanno rivendicato o condotto assalti quasi simultanei in diverse aree del Paese, tra cui Bamako, Gao, Kidal, Mopti e Sévaré. AP parla di una delle offensive coordinate più significative degli ultimi anni, con attacchi anche vicino alla capitale e all’aeroporto internazionale Modibo Keïta.
Il colpo più grave è arrivato alla testa dell’apparato militare. Il ministro della Difesa Sadio Camara, figura centrale della giunta nata dal golpe del 2020, è stato ucciso in un attacco alla sua residenza, secondo quanto riferito dalla televisione di Stato e riportato da Reuters. L’attacco sarebbe stato rivendicato da JNIM, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, la principale coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda nel Sahel.
È un fatto politico enorme. Camara non era un ministro qualsiasi. Era uno degli uomini forti della transizione militare, il volto della nuova alleanza con Mosca, uno dei protagonisti della rottura con la Francia e con l’architettura di sicurezza occidentale. La sua morte mostra che il cuore del potere militare maliano è vulnerabile. Non soltanto le periferie, non soltanto i villaggi remoti, non soltanto le strade del Nord: anche la capitale, le basi, le residenze dei vertici dello Stato.
Ma parlare soltanto di “terrorismo islamico” sarebbe insufficiente. La novità più inquietante sembra essere la convergenza, almeno operativa, tra due mondi diversi: il jihadismo qaedista di JNIM e il separatismo tuareg dell’Azawad Liberation Front. Reuters sottolinea che gli attacchi hanno evidenziato una collaborazione inedita tra JNIM e FLA, gruppo tuareg ricostituitosi nel 2024 dopo il collasso dell’accordo di pace del 2015.
Questo intreccio è decisivo. Il Mali non è semplicemente un Paese aggredito dall’esterno da fanatici religiosi. È uno Stato attraversato da fratture antiche: centro e periferia, Sud e Nord, esercito e comunità locali, governo e tuareg, agricoltori e pastori, città e campagne, potere militare e popolazione civile. Il jihadismo si inserisce dentro queste fratture, le sfrutta, le radicalizza, le trasforma in guerra religiosa. Ma non le crea dal nulla.
JNIM è una realtà ormai radicata nel Sahel. È nato nel 2017 dalla fusione di più gruppi jihadisti, opera tra Mali, Burkina Faso e Niger e punta a imporre una forma di governo islamico nella regione. Negli ultimi anni ha ampliato la propria capacità operativa, colpendo non solo nel Nord ma anche nel Centro e avvicinandosi a zone più sensibili per il potere centrale. Reuters ricorda anche che il gruppo ha usato il blocco del carburante come strumento per destabilizzare il governo maliano.
L’Azawad Liberation Front, invece, appartiene a un’altra storia: quella delle rivendicazioni tuareg e arabe del Nord del Mali, della ribellione dell’Azawad, degli accordi di pace falliti, della sfiducia verso Bamako.
Quando questi due fronti — uno jihadista, l’altro separatista — finiscono per colpire nello stesso momento lo stesso Stato, significa che la crisi maliana non è più contenibile nella formula comoda della “lotta al terrorismo”. È una crisi dello Stato.
E proprio lo Stato, in Mali, negli ultimi anni si è presentato soprattutto in uniforme. I militari hanno preso il potere promettendo ciò che i governi civili e gli alleati occidentali non erano riusciti a garantire: sicurezza, sovranità, controllo del territorio.
Hanno espulso i francesi, hanno chiuso la lunga stagione della missione ONU, hanno scelto il sostegno russo, prima attraverso Wagner e poi attraverso l’Africa Corps. Doveva essere il ritorno della forza. Si sta rivelando l’ennesima promessa infranta.
Il Guardian riferisce che durante l’offensiva sono stati colpiti più centri e basi militari, che l’Africa Corps russo avrebbe subito perdite e che vi sarebbero stati movimenti di ritiro da Kidal dopo pesanti combattimenti. Alcuni dettagli militari restano da verificare con prudenza, ma il quadro generale è chiaro: l’intervento russo non ha stabilizzato il Mali.
Questo è il punto politico centrale. Per anni la propaganda della giunta ha costruito un’alternativa semplice: via la Francia, via l’ONU, avanti con Mosca, e il Mali avrebbe ritrovato sovranità e sicurezza. Ma sostituire un protettore straniero con un altro non ricostruisce automaticamente uno Stato.
Cambia la bandiera dell’alleato, non necessariamente la condizione della popolazione. E quando la sicurezza viene ridotta a repressione, bombardamenti, droni, milizie e operazioni punitive, può persino diventare carburante per l’insurrezione.

Qui si apre il punto più scomodo. Il jihadismo nel Sahel è feroce, reazionario, nemico dei civili, delle donne, della scuola, della libertà religiosa e politica. Non va romanticizzato, né confuso con una ribellione sociale. Ma cresce anche dove lo Stato diventa paura.
Reuters ha riportato, sulla base di dati ACLED e di un rapporto di Human Rights Watch, che in Mali e Burkina Faso le forze governative e i loro alleati avrebbero ucciso più civili dei gruppi jihadisti: nel solo Mali, nel 2025, 918 civili sarebbero stati uccisi da forze governative e alleate, contro 232 attribuiti ai jihadisti.
Questo dato non assolve i jihadisti. Dice qualcosa di ancora più grave: in alcune aree, la popolazione civile può trovarsi schiacciata tra due paure. Da una parte i gruppi armati islamisti, con il loro controllo brutale, le imposizioni religiose, i rapimenti, gli omicidi, le estorsioni. Dall’altra lo Stato e i suoi alleati, che dovrebbero proteggere e invece spesso puniscono, sospettano, colpiscono intere comunità, soprattutto quelle considerate vicine o permeabili all’insurrezione.
Quando accade questo, la controinsurrezione fallisce nel suo punto più elementare: perde la popolazione. E senza popolazione non si vince nessuna guerra interna. Si possono conquistare basi, annunciare operazioni, mostrare cadaveri di “terroristi neutralizzati”, ma se nei villaggi lo Stato viene percepito come un’altra minaccia, il jihadismo trova spazio per presentarsi come protezione, vendetta, ordine alternativo. È una menzogna, ma una menzogna che può diventare credibile dove lo Stato ha già perso credibilità.
La questione etnica rende tutto ancora più esplosivo. In Mali e nel Sahel centrale, molte comunità fulani sono state spesso accusate in blocco di simpatizzare per i jihadisti, perché alcuni gruppi armati hanno reclutato tra popolazioni pastorali marginalizzate.
Ma trasformare una comunità in sospetto permanente significa moltiplicare nemici. È così che una strategia di sicurezza può produrre esattamente ciò che dice di combattere: nuove adesioni, nuove vendette, nuove milizie, nuove stragi.
Il Mali è diventato il laboratorio tragico di una domanda: che cosa resta dello Stato quando l’unica risposta alla crisi è militare? Restano posti di blocco, coprifuoco, proclami, alleati stranieri, comunicati sulle perdite inflitte al nemico. Ma non necessariamente restano scuole aperte, amministrazioni funzionanti, giustizia credibile, strade sicure, fiducia nelle istituzioni, diritti per le minoranze, mediazione politica con i territori.
È su questo terreno che gli attacchi di queste ore assumono un significato più ampio. Non sono solo una prova di forza di JNIM e dei ribelli tuareg. Sono la dimostrazione che la giunta non controlla il Paese come prometteva di fare. E mostrano che la sovranità proclamata nei discorsi può essere molto diversa dalla sovranità reale.
Un governo può cacciare una missione internazionale, rompere con Parigi, allearsi con Mosca, dichiarare finita la dipendenza occidentale. Ma se non garantisce sicurezza ai civili, se perde città, se viene colpito nel cuore dell’apparato militare, la sua sovranità resta soprattutto retorica.
Il rischio, ora, è che la risposta sia ancora una volta solo militare. Più bombardamenti, più arresti, più sospetti generalizzati, più cooperazione armata, più repressione nelle aree considerate infedeli. Sarebbe comprensibile sul piano immediato, ma disastroso sul piano politico.
Perché il jihadismo non viene sconfitto soltanto eliminando combattenti. Viene sconfitto togliendogli territorio sociale: scuole, giustizia, servizi, sicurezza quotidiana, mediazione con le comunità, riconoscimento delle periferie, fine dell’impunità delle forze armate.
In Mali, invece, ogni stagione sembra aver ristretto lo spazio politico. Prima la guerra al terrorismo ha giustificato la presenza francese. Poi il fallimento francese ha giustificato la presa di potere dei militari. Poi il potere militare ha giustificato l’alleanza con la Russia. Ora il fallimento russo rischia di giustificare una nuova stretta repressiva. È un cerchio che non produce pace, ma solo nuove ragioni per continuare la guerra.
Naturalmente non esiste una soluzione semplice. Il Mali non può permettersi di ignorare gruppi armati che attaccano città, assassinano ministri, impongono il loro controllo su territori e popolazioni. Ma se la sicurezza resta separata dalla politica, se il Nord viene trattato solo come spazio da riconquistare, se le comunità locali vengono viste solo come bacini di sospetto, se ogni critica alla giunta viene letta come tradimento, allora la guerra continuerà a divorare lo Stato dall’interno.
Gli attacchi del 25 aprile segnano quindi un passaggio. Non perché il jihadismo sia improvvisamente nato oggi, ma perché ha mostrato una capacità di coordinamento, penetrazione e alleanza che smentisce la narrazione ufficiale della stabilizzazione. JNIM e FLA hanno colpito insieme o nello stesso tempo punti diversi del Paese; il ministro della Difesa è stato ucciso; Kidal e altre aree sono tornate al centro della contesa; la presenza russa appare meno risolutiva di quanto promesso.
Il Mali, come gran parte del Sahel, non ha bisogno di un’altra illusione armata. Ha bisogno di uno Stato che non sia soltanto caserma, di un esercito che non sia vendetta, di alleati che non trattino il Paese come una pedina geopolitica, di una politica capace di parlare alle periferie prima che lo facciano i jihadisti. Perché quando lo Stato arriva solo con il fucile, prima o poi qualcun altro arriva promettendo giustizia con un altro fucile.
Ed è così che una popolazione resta prigioniera tra due violenze: quella dell’integralismo islamico, che vuole cancellare libertà e pluralismo, e quella di uno Stato militarizzato, che promette protezione ma spesso porta paura. Il risultato è il vuoto in cui il jihadismo prospera. Non il vuoto dello Stato assente, ma qualcosa di peggio: lo Stato presente solo come forza.



