La violenza privata nello Stato armato

Subito dopo l’attentato, Trump ha scelto una spiegazione semplice. Il sospetto, Cole Tomas Allen, 31 anni, californiano, è stato descritto come un uomo malato, un “pretty sick guy”, una figura disturbata che avrebbe allarmato persino i familiari prima dell’attacco. Secondo le ricostruzioni, Allen avrebbe inviato ai parenti un testo nel quale esprimeva ostilità verso l’amministrazione e si attribuiva una missione politica.

La diagnosi di Trump è politicamente rivelatrice. Per lui la violenza che lo colpisce può essere pensata soprattutto come devianza individuale: follia, disturbo, anomalia, “lupo solitario”. Un corpo estraneo che irrompe dall’esterno contro l’ordine dello Stato. È una reazione comprensibile, ma è anche una teoria della violenza.

La violenza dell’attentatore viene isolata dal mondo che l’ha resa possibile; viene chiusa dentro la mente disturbata di un singolo, separata dalle armi, dai linguaggi pubblici, dalle guerre culturali, dalla spettacolarizzazione del conflitto, dall’idea ormai ordinaria che ogni avversario sia una minaccia esistenziale.

Dire “è un malato” serve a fermare il ragionamento prima che diventi pericoloso. Se l’attentatore è soltanto un folle, non bisogna interrogare l’ambiente che gli ha fornito parole, bersagli, armi e scenografia. Non bisogna chiedersi perché tanti soggetti isolati, con biografie diverse e ideologie spesso confuse, finiscano per scegliere lo stesso linguaggio: il corpo del politico come bersaglio, l’attacco come apparizione, la violenza come modo per entrare nella storia.

La domanda, allora, non è se l’attentatore fosse davvero un uomo disturbato. È possibile che lo fosse. La domanda è perché, nell’America contemporanea, tanti uomini disturbati trovino nella politica il vocabolario della propria ossessione. Perché la frustrazione privata cerca un governatore, un deputato, un presidente, un sindaco, una parlamentare.

Perché la biografia spezzata ha bisogno di trasformarsi in gesto pubblico. Perché il rancore individuale non resta rancore, ma si arma, viaggia, compila liste, scrive manifesti, cerca una telecamera, sceglie un corpo istituzionale da colpire.

Per questo guardare dal lato dell’attentatore non significa assolverlo. Significa non accettare la narrazione rassicurante della violenza come incidente psichiatrico. Trump e la sua amministrazione possono presentarsi come vittime della violenza politica, e in questo caso lo sono.

Ma non sono l’opposto della violenza politica. Sono una delle sue forme più potenti, perché la esercitano nella veste autorizzata dello Stato: come repressione interna, come guerra esterna, come militarizzazione dei confini, come criminalizzazione del dissenso, come minaccia permanente contro il nemico designato.

L’attentatore è violenza illegittima. Lo Stato è violenza legittima. Ma la legittimità non rende automaticamente la violenza più giusta, più razionale, più umana. La rende amministrabile, finanziabile, comunicabile, decorabile con bandiere, conferenze stampa, briefing del Pentagono e formule giuridiche. La differenza legale è enorme, ma non esaurisce la questione politica.

Quando la violenza arriva dal basso, da un individuo non autorizzato, da un uomo senza uniforme, senza apparato e senza mandato, viene chiamata attentato. Quando arriva dall’alto, attraverso lo Stato, può chiamarsi sicurezza, deterrenza, ordine pubblico, difesa dei confini, guerra preventiva.

Qui sta il punto più rimosso. Lo Stato può decidere quale violenza sia legale e quale criminale, ma non può monopolizzarne l’immaginario. Può condannare l’attentatore, arrestarlo, processarlo, isolarlo. Ma non può impedire che le sue stesse retoriche — il nemico interno, il traditore, l’invasore, l’anti-America, il terrorista, il corpo estraneo da espellere — circolino nella società, vengano assorbite da individui instabili, deformate, rovesciate e infine restituite contro i suoi rappresentanti.

La categoria del “lupo solitario” rassicura proprio perché cancella questo circuito. Ma la letteratura sulla violenza individuale usa sempre più spesso una nozione più utile: lone-actor grievance-fueled violence, cioè violenza individuale alimentata da rancore, fissazione e percezione di un torto subito. Non è semplicemente terrorismo, non è semplicemente malattia mentale, non è semplicemente ideologia.

È una zona grigia in cui motivazioni personali, convinzioni politiche, ossessioni, isolamento e ricerca di visibilità si intrecciano. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology insiste proprio sul ruolo della grievance e della fissazione nei percorsi che portano alcuni individui soli verso la violenza mirata.

Questa categoria aiuta a evitare due semplificazioni opposte. La prima è quella securitaria: il folle isolato da neutralizzare. La seconda è quella romantica: il ribelle disperato da comprendere. L’attentatore non è né un puro malato né un soggetto politico da nobilitare.

È qualcosa di più inquietante: un individuo che prende frammenti della violenza sociale e li ricompone in una missione privata. Non sempre possiede una dottrina coerente. Spesso usa ideologie a pezzi: Gaza, Trump, antisemitismo, anti-elitismo, immigrazione, criminalità urbana, complottismo, odio contro lo Stato, odio contro il dissenso. Non è il soldato di un’ideologia; è un montatore privato di ideologie pubbliche.

È questo che rende insufficiente il commento ordinario sulla “polarizzazione”. Certo, l’America è polarizzata. Ma qui siamo oltre il semplice scontro tra due campi. Gli autori accertati o presunti delle violenze politiche dell’ultimo anno non compongono un esercito coerente. Colpiscono o minacciano democratici e repubblicani, governatori e deputati, sindaci e presidenti. Agiscono spesso da soli, con motivazioni instabili e ossessioni personali.

Ma proprio questa confusione è il dato politico. Non siamo davanti al militante classico di un’organizzazione, di una cellula o di un partito armato. Siamo davanti a individui che raccolgono pezzi di discorso pubblico, li fondono con la propria frustrazione e decidono che la politica non è più mediazione: è bersaglio.

Nel giugno 2025, in Minnesota, Vance Boelter è stato accusato di aver ucciso la deputata statale democratica Melissa Hortman e il marito Mark, e di aver ferito il senatore statale John Hoffman e la moglie Yvette. Secondo le autorità, avrebbe pianificato una sequenza di attacchi contro più esponenti politici e sarebbe arrivato alle abitazioni delle vittime travestito da agente di polizia.

Qui la politica non viene colpita nel Parlamento, nel comizio o nel palazzo del potere, ma nello spazio domestico. La soglia privata diventa il nuovo fronte. L’avversario non è più soltanto da sconfiggere: è da raggiungere nella sua casa, davanti alla famiglia, nella notte.

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Nell’aprile 2025 Cody Balmer ha incendiato la residenza del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro mentre il governatore e la sua famiglia erano all’interno. Il caso è stato trattato come violenza politica e Balmer è stato poi condannato per tentato omicidio, terrorismo, incendio doloso e altri reati.

Anche qui il dato decisivo non è solo la violenza, ma la sproporzione. Un uomo solo decide che un governatore diventa il corpo su cui scaricare una guerra lontana, un’ingiustizia percepita, una catena di responsabilità immaginata. Il sistema è troppo grande per essere affrontato; allora si sceglie un volto, una casa, un corpo.

La stessa logica ritorna su scala minore ma non meno significativa quando un sindaco viene cercato nella propria abitazione, quando un parlamentare viene minacciato per la sua posizione sulla guerra o per la sua identità religiosa, quando una deputata viene aggredita durante un incontro pubblico. Il town hall, la casa, la strada, il comizio, l’evento istituzionale: tutti i luoghi della rappresentanza diventano luoghi vulnerabili.

Là dove non esistono più corpi collettivi capaci di trasformare il conflitto in parola, organizzazione, sciopero, rappresentanza, resta il corpo dell’avversario. Il presidente, il governatore, il deputato, il sindaco, il funzionario. Il volto riconoscibile del potere diventa il punto vulnerabile di un sistema altrimenti irraggiungibile.

L’attentatore, allora, non cerca necessariamente il potere. Spesso cerca la scena. Non vuole governare, non vuole sostituire un ordine con un altro, non costruisce una strategia politica; vuole irrompere, apparire, costringere il mondo a guardarlo. Prima viene la ferita, poi il nemico. Prima viene l’espulsione dal mondo visibile, poi il gesto che produce visibilità.

È una violenza povera di teoria, povera di organizzazione, povera di futuro. Ma ricca di strumenti: armi, reti sociali, immagini, manifesti, liste, messaggi finali, cronache in tempo reale. L’America non produce soltanto cittadini armati. Produce cittadini che sanno che, colpendo il bersaglio giusto, possono convertire in un istante la propria irrilevanza in notizia mondiale.

In questo senso la violenza individuale è il rovescio osceno della politica spettacolo. Se tutto è scena, anche l’attentato diventa un modo per entrarci. Se ogni conflitto viene ridotto a volto, nome, simbolo, nemico, allora il gesto violento non deve più colpire una struttura: basta colpire un corpo che la rappresenti.

È in questa chiave che la politica americana contemporanea appare più fragile. Non perché esistano estremisti — ogni società li produce — ma perché il sistema sembra offrire loro un repertorio infinito di bersagli, legittimazioni indirette e scenografie.

L’amministrazione Trump, da questo punto di vista, recita male la parte dell’innocente. Ha fatto della minaccia il proprio linguaggio ordinario: contro i migranti, contro il dissenso radicale, contro le università, contro i nemici esterni, contro i funzionari infedeli, contro le città ostili, contro chiunque venga collocato nel campo dell’anti-America.

Può certamente condannare la violenza che la colpisce. Può e deve perseguirla secondo il proprio diritto. Ma non può dichiararsene estranea. Un potere che bombarda, blocca, minaccia, deporta, criminalizza e militarizza non può stupirsi se la violenza, una volta trasformata in grammatica ordinaria della politica, viene appresa anche da chi non ha alcuna autorizzazione a esercitarla.

Naturalmente questo non significa dire che Trump “se l’è cercata”. Sarebbe una formula indegna e politicamente inutile. Nessuno si cerca un attentato. Trump è vittima di quel gesto. Ma è anche uno dei massimi produttori del linguaggio in cui l’avversario diventa nemico interno, il dissenso diventa tradimento, la critica diventa eversione, la politica diventa guerra. Quando qualcuno prende sul serio quel mondo e lo attraversa in direzione opposta, il potere scopre improvvisamente la fragilità del proprio corpo.

Il dato strutturale conferma che non siamo davanti a episodi isolati. La United States Capitol Police ha dichiarato che nel 2025 la propria sezione di valutazione delle minacce ha esaminato 14.938 comunicazioni, comportamenti o dichiarazioni preoccupanti diretti contro membri del Congresso, familiari, staff e uffici parlamentari.

Nel 2024 erano stati 9.474. Questo non significa che ci fossero quasi quindicimila attentatori pronti a colpire. Significa però che la politica rappresentativa americana vive ormai dentro una nube permanente di intimidazione, allarme, minaccia e protezione.

La risposta istituzionale è prevedibile: più sicurezza, più scorte, più porte chiuse, più fondi per la protezione personale, più metal detector, più apparati. Dopo l’assassinio di Melissa Hortman e gli altri episodi di violenza, molti parlamenti statali hanno rafforzato le misure di sicurezza; in numerosi Stati è ormai possibile usare fondi elettorali per la protezione personale dei politici.

È una risposta comprensibile, ma anche parte del problema. La violenza privata produce sicurezza pubblica; la sicurezza pubblica produce distanza; la distanza conferma, agli occhi di chi già percepisce la politica come corpo separato e nemico, la fantasia dell’assalto.

Si crea così un circuito quasi perfetto. L’attentatore colpisce il potere perché lo considera irraggiungibile. Il potere risponde diventando ancora più irraggiungibile. La politica si blinda per sopravvivere, ma proprio blindandosi diventa più separata, più estranea, più simbolica, dunque più bersagliabile nell’immaginario di chi la odia. La sicurezza non è solo una misura tecnica: è il segno di una democrazia che non riesce più a stare fisicamente in mezzo alla propria società.

Il punto non è assolvere la violenza illegale. L’attentatore ha torto, sempre, quando trasforma un corpo in bersaglio e chiama giustizia la propria vendetta. Ma la vittima istituzionale non basta più a spiegare nulla. La sua ferita non è innocente solo perché sanguina sotto la protezione dello Stato. La sua paura non cancella la violenza che esercita. La sua vulnerabilità non la assolve.

Il tentato attentato contro Trump mostra una verità più scomoda della solita America polarizzata: la violenza non è un corpo estraneo che irrompe nella democrazia americana. È uno dei suoi prodotti politici, sociali e culturali. Sta dalla parte sbagliata della legge quando prende la forma dell’attentatore solitario. Sta dalla parte giusta della legge quando prende la forma dello Stato.

Ma il confine della legge non coincide mai del tutto con il confine della giustizia. Per questo bisogna guardare dal lato della violenza non autorizzata: non perché sia migliore del potere che colpisce, ma perché il potere, quando viene colpito, mente meglio.

Foto White House / Daniel Torok Public Domain