La falla più grave della guerra in Iran non è militare. È analitica. Israele e Stati Uniti hanno scommesso sull’idea che il malcontento diffuso contro la Repubblica islamica potesse trasformarsi rapidamente in rivolta, una volta decapitati i vertici e aperto lo spazio dell’intervento clandestino.
Ma hanno confuso una società stanca del regime con una società pronta all’insurrezione. E oggi, a settimane dall’inizio della guerra, il dato politico più importante è proprio questo: la rivolta promessa non c’è stata, mentre gli apparati della repressione restano in piedi.
Secondo il resoconto rilanciato in queste ore, il capo del Mossad David Barnea aveva sostenuto con Benjamin Netanyahu l’idea che pochi giorni di guerra, uniti all’eliminazione dei leader iraniani e a operazioni di intelligence mirate, potessero galvanizzare l’opposizione e innescare un processo di crollo del regime.
Netanyahu fece propria questa impostazione e la presentò anche a Washington, dove però una parte dell’establishment americano e diversi analisti dell’intelligence restavano scettici. Quello scetticismo, col senno di poi, appare il punto più lucido di tutta la preparazione del conflitto.
Il problema non era soltanto operativo. Era, prima ancora, una lettura sbagliata della società iraniana. Da anni si sa che in Iran esiste un malcontento reale, diffuso, profondo. Le proteste lo hanno mostrato in modo inequivocabile.
Ma il malcontento non coincide automaticamente con la disponibilità a scendere in piazza mentre il paese viene bombardato dall’esterno, con checkpoint ovunque, blackout informativi, arresti, esecuzioni e pattugliamenti delle forze fedeli al regime.
Associated Press ha documentato in questi giorni come la Basij, la milizia paramilitare che negli ultimi anni è stata uno dei principali strumenti della repressione interna, continui a operare capillarmente a Teheran e altrove, con posti di blocco, pattuglie e arresti contro chi prova anche solo a eludere il controllo sulla comunicazione.
Ed è qui che il racconto corrente sulla guerra rischia di sbagliare fuoco. Non basta dire che il “regime change” non si è materializzato. Bisogna capire perché non si è materializzato. La risposta più semplice è anche la più importante: una società può detestare chi governa e insieme temere troppo il prezzo della ribellione.
Può desiderare un cambiamento e insieme non credere che quel cambiamento arrivi sotto le bombe straniere. Può essere ostile al regime e tuttavia respingere, o almeno non seguire, l’idea di una rivolta favorita da servizi segreti esterni. In altre parole, Israele e Stati Uniti hanno scambiato il rifiuto del potere per la disponibilità immediata a combatterlo.
C’è un altro aspetto, ancora meno discusso. La guerra non ha solo fallito nel provocare una sollevazione: ha anche restituito una funzione centrale agli apparati più duri della Repubblica islamica. Il Washington Post riferisce che, secondo l’intelligence americana, il regime è indebolito ma resta intatto e anzi le componenti più intransigenti, in particolare i Pasdaran, stanno consolidando il proprio potere.

È un paradosso solo apparente. Quando un paese entra in guerra e il conflitto viene presentato come lotta per la sopravvivenza nazionale, gli apparati della sicurezza tornano ad apparire indispensabili. La guerra che doveva aprire crepe può finire per richiuderle attorno al nucleo più armato del potere.
Questo vale anche per la cosiddetta “opzione curda”, uno degli elementi più rivelatori del piano. L’idea di sostenere milizie curde iraniane con base nel nord dell’Iraq doveva offrire una componente terrestre alla strategia di destabilizzazione. Ma era un’ipotesi fragile fin dall’inizio. Per ragioni militari, certo, ma soprattutto per ragioni politiche.
Il rischio evidente era che un’incursione curda venisse letta non come apertura democratica, ma come minaccia separatista capace di ricompattare la società iraniana in senso nazionalista. È esattamente il timore espresso da vari attori regionali e rilanciato anche nei commenti pubblici più vicini al dossier.
La lezione, allora, è più ampia dell’Iran. Le guerre contemporanee vengono spesso progettate come se le società fossero dispositivi attivabili dall’alto: si colpisce il vertice, si crea il vuoto, si offre un sostegno clandestino, e il paese dovrebbe saltare.
Ma le società non funzionano così. Soprattutto non funzionano così i regimi che da anni hanno costruito un’infrastruttura di controllo diffusa, ideologica e territoriale. AP racconta che perfino l’uccisione di alti comandanti della Basij non ha interrotto davvero la capacità di questa forza di presidiare il territorio e reprimere la dissidenza.
Questo significa che il problema non è solo la sopravvivenza dei leader. È la resilienza dell’apparato.
Per questo il punto di vista più interessante oggi sulla guerra in Iran non è chiedersi soltanto se il regime cadrà. È chiedersi quale idea di società iraniana abbia reso plausibile, a Washington e a Gerusalemme, una scommessa del genere.
Perché se la guerra è stata preparata anche sull’ipotesi che bastasse “aprire lo spazio” a una rivolta, allora non siamo solo davanti a un errore strategico. Siamo davanti a un errore di comprensione.
Si è creduto che il logoramento del regime equivalga automaticamente al suo crollo; che l’opposizione latente basti a produrre insurrezione; che la sofferenza collettiva generi mobilitazione invece che paura, ritiro o ricompattamento nazionale.
In fondo, è questo che oggi racconta l’Iran meglio di molte analisi militari: non il semplice fallimento di una rivolta, ma il fallimento di una fantasia geopolitica molto antica, quella secondo cui una società può essere spinta dall’esterno fino al punto di rottura giusto.
La guerra doveva aprire il regime dall’interno. Finora ha fatto soprattutto il contrario: ha rafforzato la centralità di chi possiede le armi, i checkpoint, le prigioni e il monopolio della paura.



