All’Aia, dal 12 gennaio 2026, si è aperta una fase che i Rohingya e molte organizzazioni per i diritti umani aspettano da anni: la Corte internazionale di giustizia (ICJ), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite per le controversie tra Stati, su denuncia del Gambia, ha avviato il processo contro il Myanmar accusato di genocidio ai danni della minoranza Rohingya, a maggioranza musulmana, nello Stato di Rakhine nel 2016 e soprattutto nel 2017.
È un passaggio definito “storico” non per retorica, ma per ragioni procedurali e politiche: una cosa è aprire un fascicolo, altra è arrivare al cuore del processo, dove si discute delle responsabilità dello Stato e dei fatti nel dettaglio, con un calendario di udienze fissato fino al 29 gennaio.
Prima di tutto, va chiarito che la ICJ non è un tribunale penale. La Corte decide se uno Stato abbia violato obblighi internazionali e può ordinare misure per porre fine alle violazioni, garantire che non si ripetano, preservare prove, e – in teoria – disporre riparazioni.
È un giudizio sulla responsabilità del Myanmar come Stato, non sul destino giudiziario dei singoli generali. Questo, però, non lo rende meno rilevante: una decisione della “World Court” sul genocidio ha un peso enorme in termini di legittimità internazionale, pressione diplomatica e standard probatori su cosa significhi dimostrare l’intento genocidario.
Il caso nasce nel 2019, quando il Gambia ha presentato ricorso sostenendo che le campagne militari in Rakhine abbiano avuto caratteristiche tali da integrare violazioni della Convenzione sul genocidio.
Nel gennaio 2020 la Corte, in via urgente, ha ordinato misure provvisorie: in sostanza, ha intimato al Myanmar di prevenire atti che possano rientrare nel genocidio e di preservare le prove.
Da allora, una parte cruciale del contenzioso ha riguardato proprio la capacità – e la volontà – dello Stato birmano di adempiere a obblighi che la Corte riteneva necessari già prima della decisione finale.
Nel 2022 la ICJ ha superato un ostacolo che spesso affossa i contenziosi internazionali: ha respinto le principali eccezioni preliminari del Myanmar, consentendo al procedimento di proseguire verso il merito.
È il classico tornante in cui un caso smette di essere un braccio di ferro procedurale e diventa un confronto sostanziale: non si discute più se la Corte “possa” giudicare, ma di cosa sia accaduto, con quali intenti, e se quei fatti ricadano o meno nella definizione giuridica di genocidio.

Le udienze di gennaio 2026 si svolgono con una scansione che riflette l’impianto del processo: prima espone il Gambia, poi replica il Myanmar. Una parte delle testimonianze e delle evidenze più sensibili è prevista in sessioni non pubbliche, per ragioni di tutela dei testimoni: un elemento insolito per la ICJ, ma coerente con il tipo di crimini denunciati e con i rischi di ritorsione o identificazione.
È anche un modo per segnalare che il contenzioso non è una disputa astratta tra governi: al centro ci sono persone, comunità, villaggi rasi al suolo, migrazioni forzate, e un trauma collettivo ancora attivo nei campi profughi in Bangladesh.
Un altro elemento che rende il procedimento particolarmente osservato è la presenza di un numero insolitamente alto di Stati intervenienti: undici Paesi hanno chiesto di partecipare nella cornice prevista dall’articolo 63 dello Statuto della Corte, cioè intervenire per discutere l’interpretazione della Convenzione sul genocidio.
Non significa che “si uniscono al Gambia” come co-attori, né che portano nuove accuse fattuali; significa che vogliono incidere su come la Corte leggerà gli obblighi della Convenzione e su quali standard giuridici fisserà. È un segnale politico e giuridico insieme: la comunità internazionale tratta la definizione e la prova del genocidio come una questione che va oltre il Myanmar e potrebbe influenzare contenziosi analoghi, presenti e futuri.
Il contesto politico del Myanmar, intanto, rende la vicenda ancora più paradossale. Nel 2019 Aung San Suu Kyi si era presentata personalmente all’Aia per difendere lo Stato dalle accuse; oggi è detenuta dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021 che ha precipitato il Paese in una crisi profonda e in un conflitto interno prolungato.
In altre parole, mentre la Corte discute la responsabilità dello Stato per gli anni 2016–2017, il Myanmar nel frattempo è cambiato radicalmente al suo interno, ma la questione Rohingya resta una linea rossa che attraversa governi e assetti diversi.
Accanto al binario della ICJ corre poi un secondo binario, complementare e spesso confuso nel dibattito pubblico: quello penale internazionale. Qui entra in gioco la Corte penale internazionale (ICC), che giudica individui. Il Myanmar non è parte dello Statuto di Roma, ma l’ICC ha aperto un’indagine perché una parte dei crimini contestati – in particolare la deportazione e la persecuzione con componente transfrontaliera – coinvolge il Bangladesh, che invece è Stato parte.
In questo quadro, nel novembre 2024 il Procuratore dell’ICC ha chiesto un mandato d’arresto nei confronti del comandante in capo Min Aung Hlaing per crimini contro l’umanità legati alla persecuzione e deportazione dei Rohingya: un atto che, se accolto dai giudici, trasformerebbe la pressione internazionale in un vincolo personale con effetti su viaggi, relazioni e cooperazione giudiziaria.
Il punto, dunque, è che la “causa storica” non è un singolo evento, ma la convergenza di più livelli: la responsabilità dello Stato davanti alla Corte dell’ONU; la possibile responsabilità individuale davanti alla Corte penale; la raccolta e preservazione delle prove; e, sullo sfondo, la realtà politica di un Paese dove l’esercito mantiene un peso determinante.
Le udienze appena iniziate all’Aia non produrranno una sentenza immediata: la decisione sul merito richiederà tempo. Ma stabiliscono una cosa che, per una comunità perseguitata per decenni, conta già molto: l’accusa non è più un rapporto o una risoluzione, è un procedimento giudiziario nel pieno delle sue forme, con una Corte che chiede risposte e uno Stato che deve darle davanti al mondo.



