Alassane Ouattara inizia il suo quarto mandato a ottantatre anni, più di quindici al potere, una Costituzione piegata quel tanto che basta per rendere “nuovo” ciò che per buon senso sarebbe dovuto finire. A sentire i comunicati ufficiali, la Costa d’Avorio è avviata serenamente verso il 2030, anno in cui dovrebbe diventare Paese a reddito medio-alto. I numeri dell’economia sembrano darle ragione: da più di un decennio il PIL cresce a ritmi che in Europa vediamo solo nei power point, tra il 6 e l’8% l’anno.
Se ci si ferma al grafico, è la favola del miracolo ivoriano. Il problema è, come sempre, dove ci si ferma.
Perché anche oggi, dopo tutto questo boom, intorno a quattro ivoriani su dieci vivono ancora sotto la soglia di povertà “da Paese povero”: poco più di quattro dollari al giorno, a parità di potere d’acquisto. La curva è scesa di qualche punto rispetto ai momenti peggiori, ma lentamente, troppo lentamente rispetto alla velocità con cui sono saliti i grattacieli di Abidjan. Nei documenti ufficiali si parla di “progresso nella lotta alla povertà”. È vero in aritmetica; lo è molto meno nella vita quotidiana di chi continua a non arrivare a fine mese.
La geografia della crescita, del resto, è chiarissima. Abidjan, capitale economica, è la vetrina: ponti nuovi di zecca, banche, centri commerciali, quartieri residenziali che potrebbero stare in qualunque città globale. È lì che si concentra la maggior parte dell’economia formale, è lì che il “successo ivoriano” viene fotografato per i report di Banca Mondiale e Fondo Monetario. Ma la Costa d’Avorio non è solo l’orizzonte del Plateau. Fuori dalla città, milioni di persone vivono ancora di agricoltura, con servizi pubblici radi, strade precarie, ospedali lontani.
Il cuore di tutto si chiama ancora cacao. Il Paese è il primo produttore mondiale, il cacao pesa una fetta importante del PIL e quasi metà delle esportazioni. Sulla carta è un tesoro; nelle piantagioni è un mestiere faticoso e povero. Il prezzo pagato ai produttori viene fissato dallo Stato, i margini veri si fanno più avanti nella filiera, tra trasformazione e marchi internazionali. Quando il clima cambia – troppe piogge, troppo poca acqua, malattie delle piante – i raccolti crollano, i prezzi mondiali schizzano, ma il beneficio arriva alle borse prima che ai villaggi.
Negli ultimi anni, a questa incertezza si è aggiunto un nuovo livello di pressione: le regole europee sulla deforestazione e sulla tracciabilità. Il principio è sacrosanto: non si può continuare a mangiare cioccolato sulle macerie delle foreste ivoriane. Ma adeguarsi richiede mappe, certificazioni, controlli che costano. Il rischio concreto è che i grandi gruppi si adattino, mentre una parte delle cooperative più piccole resti schiacciata tra requisiti burocratici e margini già stretti. Anche qui, la promessa di una “filiera sostenibile” suona benissimo nelle capitali europee; nei villaggi, il timore è che a pagare siano sempre gli stessi.
Poi c’è il capitolo dei giovani e del lavoro. I numeri ufficiali raccontano una disoccupazione relativamente bassa. Ma basta grattare la superficie per vedere che più del 90% dei ragazzi e delle ragazze lavora nell’informale: vendita in strada, mototaxi, piccoli cantieri, lavori saltuari nei servizi. Non sono “senza lavoro” nel senso statistico, ma vivono di occupazioni fragili, non dichiarate, senza contributi né diritti. È un’enorme massa di forza lavoro che tiene in piedi l’economia quotidiana e che, allo stesso tempo, resta fuori da qualunque protezione.
L’informalità viene spesso descritta come un “ostacolo alla crescita”. È il punto di vista degli economisti. Quello delle persone è meno astratto: l’alternativa è tra informalità e niente, non tra informalità e contratto a tempo indeterminato. Se dopo dieci anni di PIL in doppia cifra la situazione è ancora questa, vuol dire che la famosa crescita inclusiva, per ora, è soprattutto un modo elegante per dire che nessuno vuole farsi domande serie su salari, redistribuzione, servizi pubblici.

Va anche riconosciuto che il governo non si limita a fare grafici. La Costa d’Avorio ha lanciato una copertura sanitaria universale, la CMU, con contributi bassi e un paniere di cure teoricamente ampio. Sulla carta, più di metà della popolazione sarebbe già iscritta. Nella pratica, però, solo una minoranza paga con regolarità e un numero ancora più ridotto ha effettivamente utilizzato il sistema. Burocrazia lenta, strutture carenti fuori dalle città, diffidenza: tra il diritto annunciato e quello esercitato c’è di mezzo una distanza che non si colma con i comunicati stampa.
Lo stesso vale per i nuovi programmi di protezione sociale rivolti ai lavoratori agricoli e informali. Esistono, hanno budget importanti, sono scritti in un linguaggio che fa felici agenzie e donatori. Ma chi lavora nei mercati, nei campi, nelle periferie vede, per ora, più promesse che cambiamento. E mentre si discute di “inclusione”, le persone continuano a proteggersi come possono: reti familiari, mutualismo spontaneo, piccoli risparmi, migrazione.
Sullo sfondo di tutto questo, c’è la politica. L’ultima elezione presidenziale si è svolta senza il livello di violenza del passato, ed è un passo avanti reale. Ma non siamo di fronte a una democrazia pacificata: l’opposizione è stata in larga parte tenuta fuori gara, l’affluenza è rimasta intorno alla metà degli aventi diritto, la giustizia è percepita come vicina al potere, e un quarto mandato ottenuto a colpi di ingegneria costituzionale non è esattamente un segnale di ricambio.
Eppure, per gli investitori internazionali, questa situazione è “stabilità”. C’è un proverbio dell’Africa occidentale che circola spesso nei convegni: “il denaro non ama il rumore”. Si intende dire che i capitali fuggono di fronte a proteste, conflitti, incertezze. Ma guardando la Costa d’Avorio di oggi viene da rovesciare la frase: più che il rumore, il denaro non ama la voce di chi produce quella crescita senza beneficiarne davvero. L’importante è che il PIL salga e le piazze restino tranquille; il resto si può sempre rimandare al prossimo piano quinquennale.
Nel frattempo, mentre Ouattara inaugura il quarto mandato sotto il segno della “continuità”, il Paese resta sospeso tra due immagini. Da un lato c’è la Costa d’Avorio dei dossier: emergente, disciplinata, proiettata verso il 2030, perfetta per illustrare il successo delle riforme. Dall’altro ci sono i contadini del cacao che temono la prossima stagione, i giovani che vivono di informale, le famiglie che non vedono differenze sostanziali tra ieri e oggi se non il prezzo del riso e dei trasporti.
Se, come promettono i piani, la Costa d’Avorio arriverà davvero allo status di Paese a reddito medio-alto, ci sarà di che festeggiare nelle statistiche. Ma finché questa crescita non si traduce in salari decenti, servizi accessibili fuori da Abidjan, protezioni reali per chi lavora nell’informale e per chi coltiva la terra, il sospetto resterà lo stesso: il miracolo ivoriano esiste, solo che continua a miracolare sempre gli stessi. Ouattara potrà anche iniziare il suo quarto mandato; per milioni di ivoriani, il primo mandato di una vita senza povertà strutturale non si è ancora visto.



