Il Papa, gli ultimi e il condominio dell’inclusione

Non servono saloni di marmo per parlare di Vangelo. Basta un palazzo occupato. È quello che, a Roma, accade in questi giorni, mentre la Chiesa di Leone XIV riporta il Giubileo nel suo luogo naturale: le periferie.
Mentre cardinali e movimenti popolari si incontrano tra i corridoi di Spin Time, un ex edificio pubblico oggi casa per centinaia di famiglie senza alloggio, il messaggio è chiaro: il diritto alla casa, al lavoro e alla dignità non sono slogan, ma parole sacre.
Non lo dice un attivista con il megafono: lo dice il Papa.

Da giorni, nell’Aula Paolo VI e poi in diversi luoghi “altri” della capitale, Leone XIV ha ricordato che “terra, tetto e lavoro” sono i pilastri della pace sociale. Mentre il mondo accumula ricchezza nelle mani di pochi, lui ha scelto di guardare — e di andare — dove quella ricchezza non arriva.
Così il Giubileo entra nel cortile di un condominio autogestito che da oltre dieci anni accoglie chi una casa non l’ha più. Non un “simbolo dell’illegalità”, come qualcuno sussurra, ma un laboratorio di sopravvivenza urbana dove quattrocento persone di venti e più nazionalità convivono inventandosi ogni giorno la parola “comunità”.

Non ci siamo stati, ma l’immagine parla da sé: un ex edificio ministeriale trasformato in alveare sociale, dove ai piani si alternano famiglie, laboratori, spazi culturali, ambulatori, sportelli, perfino una biblioteca e un teatro. È qui che la Chiesa, quella che Leone XIV ha definito “povera per i poveri”, ha deciso di incontrare i movimenti popolari di mezzo mondo. Una scelta che fa discutere, certo. Ma il Vangelo, quando non fa discutere, smette di essere notizia.

Foto da www.dire.it

A Spin Time — nome ironico, quasi da locale notturno — il tempo gira in un altro modo. È il tempo di chi non ha tempo per aspettare una casa popolare, di chi ha perso tutto tranne la dignità. Lì non si misura la povertà con gli indicatori Istat, ma con il numero di figli che condividono la stessa stanza o con la distanza tra il letto e la cucina. Eppure da quelle stanze parte un’idea di giustizia più evangelica di molte omelie: quella che rovescia la prospettiva e mette l’escluso al centro.

Nessuna retorica della povertà, nessuna santificazione della miseria.
Il messaggio che arriva da Roma in questi giorni è un altro: gli ultimi non chiedono carità, chiedono cittadinanza. Vogliono essere riconosciuti come parte di una città che troppo spesso li nomina solo quando dà fastidio la loro presenza. È un Giubileo che comincia con l’inclusione e non con le processioni.

Certo, gli amanti della “legalità senza giustizia” storcono il naso: una Chiesa che entra in un edificio occupato rischia di sembrare schierata.
Ma il punto è proprio quello. La neutralità, davanti alla povertà, non è virtù: è complicità. E se un Papa decide di farsi prossimo anche a chi occupa, non benedice l’abuso, ma riconosce la ferita che lo ha generato.

Il palazzo di via Santa Croce di Gerusalemme diventa così una parabola del nostro tempo: un luogo conteso tra speculazione immobiliare e diritto all’abitare, tra paura e solidarietà, tra ordine e misericordia.
Lì dove qualcuno sogna un hotel di lusso, altri sognano solo di non tornare in strada.
E la Chiesa sceglie di farsi trovare non nei consigli d’amministrazione, ma nei pianerottoli.

In fondo, è questa la notizia più radicale del Giubileo 2025: che la fede torna a camminare con chi non ha garanzie. Non un gesto simbolico, ma un messaggio politico nel senso più alto: non si può predicare la salvezza lasciando dormire i poveri sui marciapiedi.

Forse non c’è bisogno di andare a Spin Time per capire che cosa succede lì. Basta guardarsi intorno, nelle città dove l’emergenza abitativa è cronica, dove il mercato immobiliare decide chi ha diritto a esistere. Spin Time è solo lo specchio più onesto del mondo che abbiamo costruito: un mondo dove l’ingiustizia è legale e la solidarietà è abusiva.

E allora, sì, il Giubileo che parte da un palazzo occupato è una provocazione. Ma è una provocazione necessaria: quella di ricordarci che, se il Vangelo non abita con gli ultimi, rischia di restare vuoto come tanti appartamenti di lusso nel centro di Roma.