Si può essere di sinistra, detestare questo governo e, allo stesso tempo, ritenere giusta la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. L’idea, in sé, è molto semplice: chi giudica non deve essere — né apparire — dalla stessa parte di chi accusa. È un principio di terzietà che parla alla cultura delle garanzie, alla tutela dell’imputato, alla credibilità del verdetto.
Ma proprio per questo la separazione va fatta bene, con un disegno robusto, capace di rafforzare l’indipendenza della giurisdizione e non di indebolirla. Il punto è qui: la riforma costituzionale in arrivo non convince nemmeno chi quella separazione la vuole, perché ne tradisce la promessa.
Il cuore della delusione sta nell’architettura degli organi di autogoverno. La riforma sdoppia il CSM in due consigli distinti, uno per i giudici e uno per i pm, e fin qui nulla di scandaloso: se separi le carriere, separi anche l’autogoverno. Il problema è come li compone. L’anti-“correnti” viene affidata al sorteggio: i componenti togati estratti da elenchi di aventi diritto, i laici pescati da liste formate dal Parlamento.
Così, però, non si eliminano le dinamiche di influenza: le si spostano. La scelta dei laici scivola verso la politica; il sorteggio riduce la responsabilità di chi governa la magistratura e, soprattutto, non garantisce che ai posti chiave arrivino profili selezionati per visione e competenze. La separazione dovrebbe rendere più forte l’autonomia, non più fragile.
C’è poi l’indipendenza del pubblico ministero. Chi è favorevole alla separazione non vuole un pm subalterno all’esecutivo, ma un’accusa autonoma e responsabilizzata, distinta dal giudice proprio per non contaminarne la terzietà. La riforma, invece, mantiene le garanzie del pm più sul piano dell’ordinamento che in Costituzione.
Si separano i percorsi, ma non si scolpisce davvero, nella Carta, che il pm non può essere diretto o condizionato nelle priorità dall’indirizzo politico del momento. È un dettaglio solo in apparenza: senza blindature forti, le scelte future sulle priorità dell’azione penale rischiano di diventare terreno di maggioranze variabili, colpendo proprio l’autonomia che la sinistra dovrebbe proteggere.
La giustizia disciplinare merita un capitolo a parte. Nasce un’Alta Corte che decide sugli illeciti dei magistrati e le cui decisioni vengono impugnate davanti a se stessa, in diversa composizione. È un meccanismo chiuso, autoreferenziale, che sottrae alla Cassazione — cioè a un giudice terzo e nomofilattico — il compito di garantire uniformità e controllo.

Anche qui, l’intento dichiarato è “semplificare”; l’effetto pratico è concentrare troppo potere in un circuito ristretto. Chi vuole una separazione moderna dovrebbe pretendere l’opposto: più trasparenza, più controlli incrociati, più garanzie per il singolo magistrato, non meno.
C’è poi una questione di leve amministrative. La riforma conferma un ruolo forte al Ministro della Giustizia sull’organizzazione dei servizi. Finché esisteva un unico CSM, il bilanciamento era delicato ma chiaro; con due consigli, e con una parte significativa delle regole demandata alle leggi attuative, cresce il rischio che risorse, ispezioni, scoperture e tempi di copertura degli organici diventino la cinghia attraverso cui si esercita un’influenza indiretta. Separare le carriere, se preso sul serio, dovrebbe significare anche alzare muri contro interferenze di fatto, non solo di diritto.
A proposito di leggi attuative: ce ne vorranno molte, e in tempi stretti. È qui che la riforma mostra un’altra fragilità. I principi di fondo non sono abbastanza precisi; la qualità finale dipenderà da come saranno scritte le norme di dettaglio, da chi siederà in Parlamento in quel momento, da quali equilibri politici reggeranno.
Una separazione credibile dovrebbe ridurre al minimo la discrezionalità successiva, fissando in Costituzione i cardini che non si toccano: come si selezionano i membri dei consigli, quali incompatibilità e vincoli hanno, quali garanzie presidiano l’autonomia dei pm, quale giudice controlla davvero il disciplinare.
Infine, la distanza tra il simbolico e il reale. Questa riforma non tocca i nodi che i cittadini percepiscono ogni giorno: la durata dei processi, gli arretrati, la debolezza dell’ufficio del processo, la povertà di personale amministrativo, l’edilizia giudiziaria che cade a pezzi, i sistemi informatici che arrancano.
La separazione delle carriere può avere un valore di principio, ma senza investimenti e procedure nuove non riduce di un giorno l’attesa per una sentenza. Anzi, il rischio è moltiplicare organismi, duplicare burocrazie, aumentare i costi senza produrre efficienza.
Per tutte queste ragioni si può dire: sì, la separazione serve — ma non questa. Serve una riforma che separi davvero per migliorare: consigli di autogoverno eletti con regole anti-correnti serie invece del sorteggio, laici scelti con quorum alti e incompatibilità dure; un pubblico ministero costituzionalmente indipendente, con criteri generali di priorità definiti dal Parlamento e sottratti agli umori del governo; un disciplinare aperto a un controllo esterno effettivo; paletti chiari sull’organizzazione per impedire alle leve amministrative di diventare strumento di pressione. E, insieme, un’agenda di efficienza: organici, digitale, riti, edilizia. Separare “chi giudica” da “chi accusa” ha senso solo se, al tempo stesso, si dà alla giustizia la possibilità di funzionare meglio.
Aggiornato al 19 settembre 2025, il testo non è ancora in vigore: ha superato la terza votazione alla Camera, attende la seconda deliberazione del Senato e, non essendoci i due terzi, verosimilmente finirà al referendum. È adesso che si decide se la separazione sarà la bandiera di uno slogan o la base di una giustizia più giusta.



