In America Latina, da qualche anno, si è diffusa, nel dibattito politico, una parola: lawfare. La definizione indica lo screditamento dell’avversario facendo leva su inchieste giudiziarie che ne mettono in risalto la presunta scarsa considerazione per la legge, finendo in una vera e propria criminalizzazione. Sul lawfare è caduto l’attuale presidente brasiliano, Lula, costretto a scontare anni di detenzione e poi riconosciuto innocente.
In Italia, il lawfare, rappresenta, da almeno 40 anni, uno strumento di lotta politica. Sin dall’appello alla questione morale lanciato da Enrico Berlinguer, a sinistra, si è scelto di fare della lotta alla corruzione l’argomento principe della battaglia politica.
Una tendenza opposta, dal punto di vista dello spettro politico, a quanto avviene in America Latina. Ma che ha finito per deteriorare la qualità del dibattito pubblico, facendo assurgere le condanne e gli avvisi di garanzia a principio regolatore della proposta politica.
Il lawfare si regge su due corollari: il primo, è quello dell’insindacabilità, se non addirittura della sacralità, del lavoro della magistratura. I giudici diventano i custodi della moralità pubblica, gli assessors della qualità di un progetto politico, e la loro azione non può essere mai delegittimata o messa in discussione. Il secondo è quello dell’irreversibilità.
Una condanna penale, una volta inflitta, segna per sempre chi l’ha ricevuta, e deve, soprattutto, essere scontato per intero. Contraddicendo la Carta costituzionale, che parla di rieducazione del condannato. Nonché tutti gli apparati legislativi che incentivano il dettato costituzionale, come le liberazioni anticipate, le misure alternative, la concessione della grazia.
La narrazione giustizialista, si diffonde e si riproduce grazie al lavoro di un giornalismo autodefinitosi di inchiesta, che, lungi dallo scavare in profondità a fenomeni rilevanti, si contenta di vivacchiare cercando la pietra dello scandalo in provvedimenti giudiziari, anche di secondaria importanza, contrabbandati come esempi del degrado morale e civile della classe politica, in particolare quella di destra.
Il caso della grazia presidenziale fruita da Nicole Minetti, ex-igienista mentale di Silvio Berlusconi, ex-enfant prodige della politica, si inserisce in questo contesto.
Si tratta di fatti datati almeno dieci anni prima, già accertati dalla magistratura, con la colpevolezza riconosciuta dall’imputata stessa. La quale ha usufruito dei benefici previsti dalla legge, e ha ritenuto chiedere la grazia. Che il presidente ha firmato ritenendola conforme a quanto previsto dalla legge. Immediatamente, parte una cosiddetta “inchiesta”, con la pretesa di delegittimare la maggioranza di governo.
Eppure, non ci sarebbe bisogno di ricorrere a fatti secondari, già sanzionati, di oltre dieci anni. Basterebbe guardare le guerre, i decreti sicurezza, la criminalizzazione del dissenso, le politiche contro i migranti, il dissesto economico. Materiale per criticare l’attuale governo ce ne sarebbero a iosa.

Qualche inchiesta su traffici di armi, lavoro nero, danni ambientali, potrebbero portare acqua al mulino dell’opposizione e del giornalismo di inchiesta. Si preferisce invece prendersela con un personaggio uscito dalla scena pubblica e col provvedimento clemenziale. Perché?
Le risposte che ci vengono in mente sono due.
La prima è quella dell’usato sicuro. Da 40 anni, le inchieste sugli scandali politici rappresentano un prodotto mediatico di sicuro successo, che attingono al malessere collettivo e poi gli conferiscono nuova forma. Vale la pena, quini, seguire la stessa strada, e non esplorarle di nuove. Indipendentemente dalla portata della notizia.
La seconda spiegazione attiene al giustizialismo, che da anni, a sinistra e a destra, egemonizza l’opinione pubblica italiana, e ha trovato la sua acme in Tangentopoli.
Chi sbaglia paga è diventato, più che un motto, un dogma. In nome del quale si tralasciano i principi dello stato di diritto, degradati ad orpelli del lassismo, e si pretende di dare al pubblico un surrogato di giustizia sociale. Sottovalutando rischi come quello della diffamazione e del restringimento dei margini di libertà a partire dalla negazione die principi costituzionali.
Bisognerebbe fermarsi un attimo, per riflettere, e capire che il giustizialismo e la giustizia sociale rappresentano due fenomeni diversi, se non addirittura in contrasto.
Uno scetticismo che va coltivato anche in relazione al fatto che la magistratura, in quanto apparato composto da esseri umani, è soggetta ad incorrere in errori. Un aspetto da considerare, in quanto ci sono in gioco la vita, la libertà e la reputazione dei cittadini.
Per esempio, il caso del delitto Mattarella, con la Cassazione che ha giudicato non provato il depistaggio operato dall’ex-funzionario di polizia, Filippo Piritore. Anche in questo caso, ci troviamo davanti a un caso emblematico.
Sei mesi fa, quando era stato disposto l’ordine di arresto dell’ex-funzionario, la stampa giustizialista si era schierata per una presunzione di colpevolezza a priori. In nome della scoperta delle presunte trame occulte, ovvero la convergenza tra mafia, neofascisti, massoni, servizi segreti e DC, che avrebbe deciso la morte dell’allora presidente della regione, fino ad ispirare lavori accademici sul tema.
Sei mesi dopo, il castello complottista e giustizialista, crolla miseramente. Che fare? Coltivare lo scetticismo, in questi tempi, oltre ad essere una virtù, rappresenta una trasgressione. Da mettere in atto.



