Il governo nel bosco di Giorgia Meloni

Che brutta domenica per la povera Giorgia Meloni. Costretta, ancora una volta, a governare contro il governo. A fare opposizione non alla sinistra, non alle toghe rosse, non ai misteriosi sabotatori del destino della nazione, ma alle leggi dello Stato italiano. Quelle scritte, votate, rivendicate dalla sua maggioranza.

Nell’intervista rilasciata a Fuori dal coro, su Rete 4, tra un attacco ai magistrati, una sortita sui migranti in Albania, un’ispezione annunciata sul caso della “famiglia nel bosco” e un’improvvisa afasia sull’attacco all’Iran, la presidente del Consiglio offre l’ennesima rappresentazione di un potere che pretende di stare sopra le regole quando le regole smettono di obbedire alla propaganda.

Il punto, infatti, è sempre lo stesso. Più che una forza di governo, la destra meloniana sembra ormai una forza d’opposizione insediata a Palazzo Chigi. Governa da anni, controlla la maggioranza, esprime il ministro della Giustizia, detta la linea su immigrazione e sicurezza, eppure continua a parlare come se qualcun altro detenesse il potere vero.

Ogni fallimento viene scaricato altrove: sui giudici, sui tecnici, sull’Europa, sulle procedure, sulle interpretazioni, sui “meccanismi che si inceppano”. Mai, neanche per sbaglio, sulle norme sbagliate, sulle scelte pasticciate, sulle forzature politiche di chi vuole piegare la realtà ai titoli di giornata.

È questo il nucleo dell’ultima offensiva contro la magistratura. Meloni sostiene che la riforma della giustizia “interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza”, e lo dice come se stesse enunciando una verità autoevidente. In realtà sta compiendo un’operazione molto più rozza: trasformare ogni controllo di legalità in un intralcio politico, e ogni limite imposto dalla legge in una congiura contro il governo.

Ma se un giudice applica una norma, o verifica se un provvedimento del governo sia conforme alle garanzie previste dall’ordinamento, non “impedisce di governare”: ricorda semplicemente che in uno Stato di diritto il governo non coincide con la legge.

Ed è qui che il discorso di Meloni diventa più grave della solita polemica contro le toghe. Perché attaccare i provvedimenti dei magistrati quando quei provvedimenti discendono dall’applicazione di leggi volute o accettate dal governo stesso significa, in sostanza, rivendicare un potere sciolto da ogni vincolo.

Significa dire: le regole valgono finché producono il risultato politico desiderato; quando invece lo ostacolano, allora il problema non è più la scelta politica o la tenuta giuridica del provvedimento, ma il giudice che osa applicarle. È un salto di qualità pericoloso. Non siamo più alla critica di una sentenza. Siamo alla pretesa di collocarsi al di sopra della legge, delegittimando chi la interpreta e la fa valere quando smentisce la propaganda di governo.

La vicenda dei centri in Albania è emblematica. Meloni la usa da mesi come teatro ideale del suo racconto muscolare sull’immigrazione: fermezza, rimpatri, tolleranza zero. Poi però arriva il diritto, che non sempre si presta alla sceneggiatura. E allora la premier mette tutto nello stesso sacco: il migrante irregolare, il reato contestato o commesso, il trattenimento, il rimpatrio, la protezione internazionale, la convalida del giudice.

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Un impasto utile sul piano emotivo, ma ingannevole sul piano politico e giuridico. Perché il punto non è essere indulgenti con i criminali, come insinua Meloni. Il punto è che perfino nei casi peggiori lo Stato non può agire fuori dalle regole che si è dato. Ed è precisamente questo che distingue un ordinamento democratico da un comizio.

Ancora più spudorata è la strumentalizzazione del caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Una materia delicatissima, che riguarda minori, fragilità, valutazioni complesse, trasformata in una clava ideologica contro la magistratura. Meloni liquida tutto con una formula buona per i talk show: “lo Stato non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita”.

Si potrebbe essere perfino d’accordo, se a parlare fosse un’opinionista. Ma proprio questa semplificazione operata dalla Presidente del Consiglio mostra il trucco. Meloni piega una vicenda delicata a un racconto politico prefabbricato: da una parte il popolo, le famiglie, il buon senso; dall’altra i giudici ideologici che perseguitano i cittadini normali. È la versione melodrammatica di una vecchia idea della destra: la legge è legittima solo quando coincide con la propria visione morale.

Il messaggio è: chi contraddice il governo deve aspettarsi una reazione del governo. Anche qui il problema non è solo il tono. È l’idea di potere che trapela: non un esecutivo sottoposto alla legge, ma un esecutivo che considera la legge un accessorio, e i controlli un affronto.

E mentre in patria alza la voce contro i magistrati, all’estero Meloni si rifugia in un ben più comodo “non ho elementi per schierarmi” sull’attacco all’Iran. Una prudenza improvvisa, quasi commovente, se non fosse così scopertamente opportunistica. Per anni la presidente del Consiglio ha lavorato per accreditarsi come la più fedele sostenitrice europea di Donald Trump, la più pronta a salire sul carro del trumpismo continentale, la più abile nel tenere insieme nazionalismo di maniera e fedeltà atlantica d’occasione.

Ma quando la postura da pasdaran dell’Occidente richiederebbe di assumersi una responsabilità politica vera, ecco la ritirata dietro la mancanza di elementi. D’un tratto la leader che su tutto ha certezze granitiche si scopre esitante, sfumata, quasi neutrale.

È difficile non vedere, in questo doppio registro, una cifra politica ormai consolidata. Durezza teatrale all’interno, dove si possono additare giudici, migranti, antagonisti, famiglie “devianti” e nemici di comodo. Cautela codarda all’esterno, dove le parole hanno conseguenze e gli allineamenti si pagano.

Con i magistrati italiani Meloni fa la sovranista senza freni; davanti agli effetti della sua appartenenza al campo trumpiano, invece, diventa improvvisamente una leader “senza elementi”. Forte con chi applica le leggi, prudentissima con chi ridisegna gli equilibri di guerra.

Il paradosso finale è che questo vittimismo permanente serve a nascondere un fatto molto semplice: chi governa non può continuare a fingersi ostaggio. Non può brandire il potere e insieme lamentare di non averne abbastanza. Non può scrivere le regole e poi accusare chi le applica di sabotaggio. Non può invocare la legalità come manganello per gli altri e denunciarla come abuso quando limita se stesso. E non può passare per leader coraggiosa in patria e per alleata smemorata all’estero.

Che brutta domenica, dunque, per la povera Giorgia Meloni. Ma più che per lei, dovrebbe esserlo per chi ha ancora a cuore l’idea elementare che in democrazia il governo non è il padrone della legge. Ne è il primo sottoposto.

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