L’omicidio di Chiara Poggi, a distanza di quasi vent’anni, continua a non essere soltanto un dramma privato e giudiziario, ma un prisma attraverso cui i cittadini osservano lo stato della giustizia italiana. Gli ultimi sviluppi non hanno portato chiarezza: al contrario, hanno aperto nuove domande, lasciando la sensazione che, invece di avvicinarci a una verità condivisa, si scivoli sempre più in un territorio incerto, dove le parole dei magistrati, dei difensori e dei media si inseguono senza trovare un punto fermo.
Il decreto di perquisizione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, i reperti non esaminati in precedenza, le ipotesi di corruzione legate all’archiviazione di Andrea Sempio nel 2017, l’emersione tardiva di un appunto manoscritto e le movimentazioni bancarie tra familiari: tutto ciò, più che risolvere un mistero, ne ha generati di nuovi.
La cronaca si è così trasformata immediatamente in spettacolo, con dichiarazioni rilasciate in diretta televisiva, atti investigativi discussi nelle trasmissioni di intrattenimento, la notizia che corre più veloce delle verifiche. È questo il punto che inquieta di più: non la naturale difficoltà di un’inchiesta complessa come può essere quella per un omicidio, ma la sensazione che la giustizia abbia perso la capacità di custodire il tempo e la gravità delle proprie decisioni.
Non si tratta di accusare qualcuno. Si tratta di registrare una preoccupazione diffusa: ogni cittadino, domani, potrebbe trovarsi dalla parte di chi accusa o di chi si difende. E ciò che osserva oggi nel “caso Garlasco” non lo rassicura. Vede intercettazioni non trascritte integralmente, documenti che emergono dopo anni, contraddizioni tra uffici giudiziari. Vede, soprattutto, una sorta di corto circuito interno, una dialettica aspra che dà l’impressione – sia pure da prendere con estrema cautela – di una resa dei conti nella stessa procura. Non è questo il segnale che dovrebbe arrivare a un Paese che ha ancora fiducia nei suoi magistrati.
Il problema, insomma, non è solo l’omicidio di Chiara Poggi, ma ciò che esso ha messo a nudo: la distanza crescente tra la verità dei fatti e la giustizia che dovrebbe certificarla. Mentre il dibattito politico discute della separazione delle carriere, qui i cittadini vedono solo una separazione più grave: quella tra giustizia e verità.
Per questo, serve un gesto istituzionale alto, un richiamo alla misura e alla responsabilità. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante ultimo dell’equilibrio costituzionale e presidente del CSM, potrebbe ricordare a tutti che la credibilità della giustizia è un bene comune, fragile e prezioso. Non si chiede un giudizio sulle persone, ma un segnale forte sulle regole, sui metodi, sulla sobrietà con cui si maneggiano casi che hanno segnato la coscienza collettiva.
Dopo Garlasco nulla sarà più come prima. E non soltanto per la tragedia che ha colpito una famiglia, ma perché l’intera collettività ha visto come la macchina della giustizia può trasformarsi in un labirinto che genera incertezza invece di dissiparla. Se non si recupera il senso del limite, della discrezione e della trasparenza, l’unica eredità che resterà sarà la più amara: la convinzione che verità e giustizia, in Italia, abbiano preso definitivamente strade diverse.



