Il ciclo elettorale mondiale dell’ultimo anno è stato un test di stress per le democrazie e per i diritti delle persone LGBTQ+. I dati più solidi, raccolti dalla Ong Outright International, convergono su due dinamiche parallele. Da un lato, un’ondata di retorica ostile è entrata a pieno titolo nei comizi e nelle campagne: in almeno 51 Paesi su 60 monitorati (più l’UE) candidati e partiti hanno dipinto l’identità LGBTQ+ come minaccia esterna o come “ideologia” da respingere.
Dall’altro, la presenza politica è cresciuta: persone apertamente gay, bisessuali e transgender si sono candidate in almeno 36 Paesi, con prime assolute in Botswana, Namibia e Romania; e in Brasile il numero degli eletti apertamente LGBTQ+ sarebbe raddoppiato fino ad almeno 233, segno che la partecipazione avanza anche dove la contro-narrazione è aggressiva.
La polarizzazione si è vista in più continenti. In Georgia attivismo e identità sono stati accostati a ingerenze straniere; in Ghana i due principali schieramenti hanno brandito i “valori della famiglia” come linea di faglia; prima delle europee 2024, in Ungheria e Germania la cornice culturale e identitaria è stata usata per mobilitare consenso conservatore; in Indonesia e Pakistan la leva securitaria e morale è entrata esplicitamente nel dibattito elettorale. Questi esempi non sono casi isolati ma tasselli di un repertorio ricorrente nelle campagne.
Negli Stati Uniti, dove si è votato nel 2024, la televisione generalista è stata inondata di spot focalizzati contro le persone trans: stime indipendenti aggregano una spesa nell’ordine dei 200–215 milioni di dollari solo per questo messaggio tematico. Non è la misura della persuasione elettorale, ma racconta la scala dell’investimento politico sulla paura.

Dietro il lessico della “difesa dei valori” agisce spesso una strategia più ampia: inserire i diritti LGBTQ+ nel paniere delle identità da mobilitare in chiave reazionaria, soprattutto dove le istituzioni democratiche sono già sotto pressione. Le evidenze raccolte su 61 giurisdizioni mostrano infatti un parallelismo tra restringimento dello spazio civico e intensificarsi della stigmatizzazione delle minoranze: quando arretra la qualità democratica, le comunità LGBTQ+ sono tra le prime a pagarne il prezzo.
Eppure, la mappa non è a senso unico. La crescita di candidature in nuovi Paesi e il consolidamento di rappresentanze locali e nazionali indicano che la visibilità politica non è più un’eccezione. Là dove si afferma, la retorica d’odio non scompare ma trova più resistenze sociali, reti civiche e contropoteri istituzionali.
La lezione che arriva da questo anno elettorale globale è chiara: la partecipazione funziona come antidoto, ma va sostenuta con trasparenza nelle campagne, vigilanza sui media e tutela effettiva contro le discriminazioni. Senza cadere nell’illusione che basti il voto a disinnescare una macchina propagandistica ormai transnazionale.



