La tragedia di Massa Carrara, con la morte di un padre di famiglia, ha riattivato la canea giustizialista. Invece di soffermarsi sull’enormità della tragedia, sulle cause e sulla necessità di intervenire affinché non si ripeta, l’apparato mediatico e quello politico hanno ripescato l’armamentario di legge e ordine. Comodo, ma ormai consunto, ancorché inefficace alla prova dei fatti. Soprattutto, basato su schemi approssimativi, del tutto inadeguati ad analizzare la dinamica dei fatti.
Oltre a ricordare che l’inchiesta giudiziaria è in corso, e a mettere in rilievo come, malgrado la tragedia abbia avuto luogo, la macchina giudiziario-penale si stia mostrando efficiente, è necessario sgomberare il campo da luoghi comuni. In particolare, dalla narrazione imperniata sul trinomio che legherebbe le baby gang con lo status di migranti e con la marginalità sociale.
L’aggressione non è stata opera di giovanissimi, ma ha visto come protagonisti giovani adulti, che avrebbero agito, se le prime ricostruzioni venissero confermate, insieme ad altri giovani sulla soglia della maggiore età.
Inoltre, i presunti aggressori, per quanto di origine romena, non sono marginali, ma in possesso di regolare permesso di soggiorno, relativamente integrati nel tessuto locale, privi di precedenti penali, nonché appartenenti a famiglie che non presentano problematiche di marginalità estrema.
Inoltre, da quanto emerge dalle testimonianze degli imputati, non si è trattato di un’aggressione esplicita, bensì di una rissa che è degenerata tragicamente. Se si vuole analizzare con obiettività e profondità il caso, bisogna appurare le dinamiche in maniera accurata.
La tragedia di Massa Carrara va piuttosto compresa all’interno di due cornici specifiche.
La prima è quella di uno spazio urbano sempre più anonimo, segregato, dove si interagisce per scopi puramente funzionali e non si produce più uno scambio di esperienze e di pratiche che portano alla gestione condivisa del territorio.
Il gruppo coinvolto nell’aggressione mortale, apparentemente, metteva in scena un comportamento pseudo-trasgressivo, espressivo, che contrasta con l’obiettivo della vittima e della sua famiglia di fruire di un’uscita di fine settimana. In realtà, se la dinamica fosse quella di una rissa degenerata, siamo di fronte a un conflitto acuto, a due modi diversi di intendere lo spazio.
Soprattutto, di fronte all’impossibilità di condividere lo stesso contesto fisico e sociale in nome della diversità etnica, della diversa composizione dei gruppi che si sono trovati a scontrarsi nel centro di Massa.

In altre parole, siamo di fronte a un conflitto generato da due obiettivi diversi, confliggenti, da persone che non comunicano tra loro e che si riconoscono come estranei, ostili, e puntano a neutralizzarsi quando non è possibile ignorarsi e rimuoversi.
Gruppi, individui, privi di filtri che attenuino l’impatto provocato dal contatto tra contesti sociali e culturali diversi, se non, talvolta, antitetici.
A causa di una trasformazione sociale, sempre più mediata dai social, che scompone la società in tante micro-individualità, sempre più slegate dai contesti sociali di riferimento, semmai animate da risentimenti travestiti da trasgressioni posticce.
L’individualismo ipertrofico di matrice neoliberale alimenta la tendenza a “giocare da soli”, secondo la definizione di Robert Putnam, impoverendo l’humus su cui praticare discorsi condivisi.
Il capitale sociale, ovvero l’insieme dei legami relazionali di cui individui e gruppi sono portatori, è andato incontro a una costante erosione, degenerando in una società che si immagina e si propone come un’accozzaglia di individui costretti a interagire per scopi funzionali ma pronti a disputarsi le risorse a disposizione, anche quelle apparentemente secondarie, ma in realtà cruciali per la costruzione di una comunità, come nel caso della fruizione di uno spazio pubblico.
Ovviamente, a questo aspetto si sovrappone la segmentazione spinta su basi etniche o di classe.
Da mezzo secolo ormai, i migranti rappresentano una componente strutturale del tessuto sociale italiano. Ormai non si può nemmeno parlare di stranieri, in quanto, spesso, si tratta di persone di seconda e terza generazione, nate e cresciute in Italia, ma che ci ostiniamo a tenere separate dal resto della società, considerandole, e trattandole, alla stregua di ospiti indesiderati.
In particolare, relegare i migranti ai margini consente di bloccare i meccanismi che permettono la mobilità sociale verso l’alto, ostruendo ogni possibilità di fluidificare una società ormai ripiegata su se stessa e riproducendo nuove stratificazioni sociali, sempre più acute, che allargano lo spazio della marginalità e aumentano le distanze valoriali tra autoctoni e migranti.
È necessario invertire questa tendenza.
In altre parole, ricostruire un legame sociale che sia ispirato da una logica inclusiva, che parli il linguaggio dei diritti e dell’integrazione, che promuova e attui un utilizzo dello spazio pubblico che non sia puramente strumentale, bensì incubatore di una nuova socialità.
A partire dalla quale cresca la percezione dello spazio urbano come un contesto comune, condiviso, e si prevengano tragedie come quella di sabato scorso.
Manganelli, manette, carceri e DASPO servono ben poco. Come non servono i quartieri-ghetto.
Se non ad acuire le spinte segmentarie e segregazioniste che stanno distruggendo la convivenza civile. E a costruire e diffondere bacini di illegalità.



