Un mese prima delle celebrazioni del Pride, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha lanciato un’offensiva simbolica quanto brutale: la revisione dei nomi di diverse navi militari dedicate a figure storiche della lotta per i diritti civili, in particolare attivisti LGBTQ e leader afroamericani. Al centro dell’attenzione c’è la USNS Harvey Milk, ma la lista è lunga. E la firma è quella del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, nominato sotto l’amministrazione Trump.
Chi era Harvey Milk
Harvey Milk fu uno dei primi funzionari eletti apertamente gay nella storia degli Stati Uniti. Veterano della Marina, fu eletto nel 1977 al consiglio comunale di San Francisco e divenne un’icona mondiale per la visibilità e i diritti della comunità LGBTQ. Il suo impegno fu tragicamente interrotto: venne assassinato nel 1978 da un ex collega, diventando simbolo di una battaglia ancora oggi aperta. Il suo nome, scolpito sulla fiancata di una nave della Marina statunitense, rappresentava un risarcimento morale e un messaggio potente di inclusività dentro un’istituzione storicamente ostile all’omosessualità.
La revisione: cancellare i simboli
Secondo un’inchiesta pubblicata dal New York Times e basata su fonti interne al Pentagono (originariamente riportata da Military.com), il Segretario Hegseth ha ordinato una revisione dei nomi di navi militari dedicate a personalità della storia civile americana, tra cui:
- Harvey Milk, attivista LGBTQ e veterano;
- Thurgood Marshall, primo giudice nero della Corte Suprema;
- Ruth Bader Ginsburg, giudice e icona del femminismo giuridico;
- Harriet Tubman, abolizionista e figura della Underground Railroad;
- Medgar Evers, leader dei diritti civili assassinato dal Ku Klux Klan;
- Cesar Chavez e Dolores Huerta, attivisti sindacali ispanici.
L’intenzione, secondo fonti anonime della difesa citate dal NYT, è una risposta ostile al Pride Month, parte dell’impegno dell’amministrazione Trump nel cancellare qualsiasi politica o simbolo legato alla diversità, all’equità e all’inclusione nel governo federale. Hegseth, ex conduttore di Fox News e voce dell’ultradestra americana, ha già vietato ufficialmente la celebrazione dei mesi culturali e di consapevolezza — inclusi quello del Pride e quello dedicato alla storia afroamericana.

Il Pentagono nega, ma le pagine spariscono
In un comunicato ufficiale, il Dipartimento della Difesa ha dichiarato che i nomi “verranno riesaminati per riflettere la storia nazionale e l’etica guerriera”, ma senza fornire alcuna motivazione diretta per l’iniziativa. Intanto, diverse pagine ufficiali dell’Esercito dedicate alla storia e alla missione delle navi interessate sono misteriosamente sparite dal web, come segnalato da CBS News.
La cancel culture è di destra
È curioso — ma neanche troppo — che la destra trumpiana, così pronta a condannare la “cancel culture” progressista, stia oggi conducendo una vera campagna di cancellazione ideologica. Solo che stavolta, i bersagli non sono i classici monumenti confederati, ma le figure che hanno reso l’America più democratica, più aperta, più umana.
Le proteste non sono mancate. La deputata Nancy Pelosi ha parlato di una “vendetta vergognosa”, mentre il governatore Gavin Newsom ha ricordato che “nessun decreto potrà cancellare l’eredità di Harvey Milk”.
Ma il segnale è chiaro: in nome di una crociata ideologica, la nuova destra americana è pronta a riscrivere la memoria collettiva, sostituendo i simboli della liberazione con quelli dell’obbedienza militare e della virilità tossica.
Washington, tra dazi e omofobia: cos’è più pericoloso?
In un’epoca in cui i media si concentrano sulle guerre commerciali, i dazi e le tensioni geopolitiche, è facile sottovalutare il peso delle guerre culturali. Ma cancellare Harvey Milk, oscurare Ruth Bader Ginsburg, mettere sotto silenzio Cesar Chavez, non è solo revisionismo. È una dichiarazione di ostilità contro chiunque non rientri nello schema patriarcale, bianco ed eteronormato dell’America trumpiana.
Non farà rumore come una tassa sull’alluminio, ma è più silenziosamente pericoloso. Perché mina la democrazia là dove è più fragile: nei suoi simboli, nella sua memoria, nella possibilità stessa di raccontare chi ha lottato per renderla inclusiva.



