Chi scambia un ebreo o un israeliano per l’emblema delle stragi di Gaza compie un errore grave, inaccettabile sul piano morale, pericoloso su quello politico. È l’errore antico del capro espiatorio, che ritorna ogni volta che la storia devia verso l’odio.
Ogni volta che un cittadino ebreo viene insultato o aggredito per ciò che è — per una kippah, un nome, una lingua, un’origine — la causa della giustizia subisce una sconfitta. Chi attacca un padre con un bambino in un autogrill perché “rappresenterebbe Israele” non si sta opponendo alla guerra: sta replicando la logica della violenza indiscriminata. Sta scegliendo di colpire un innocente in nome di un’altra innocenza violata. E così, tutto si confonde, tutto si perde.
Possiamo — dobbiamo — criticare i governi, anche con durezza. Possiamo discutere legittimamente delle responsabilità, dei crimini, delle strategie geopolitiche. Ma non possiamo mai accettare che questa rabbia venga rovesciata su singoli cittadini ebrei, spesso lontani anni luce dalle scelte politiche o militari di chi governa Israele. La colpa collettiva è una scorciatoia indegna: semplifica, deforma e annulla l’umanità dell’altro.
Chi grida “Free Palestine” mentre spintona un bambino o insulta un passante con la kippah non sta combattendo per la liberazione di un popolo, ma per lo sfogo di un rancore. È antisemitismo, travestito da militanza. È un pregiudizio secolare che cambia bandiera, ma non natura.
E attenzione: non è solo un problema etico. È un fallimento strategico. Perché nessun movimento di liberazione può guadagnare legittimità seminando terrore su altri civili. Nessuna causa che pretende giustizia può permettersi l’ingiustizia verso individui estranei, messi nel mirino solo per la loro identità.
Serve una linea rossa invalicabile: non si toccano le persone per ciò che sono. Si discute, si protesta, si accusa anche duramente — ma non si aggredisce un padre ebreo in autogrill, non si isola un ragazzo israeliano a scuola, non si chiude la porta di un ristorante a chi porta segni della propria cultura o religione.
Chi combatte per la pace non può permettersi di diventare persecutore.
Chi rivendica diritti non può negare l’umanità altrui.
Oggi più che mai dobbiamo distinguere tra critica e odio, tra militanza e violenza, tra lotta e barbarie.
È una distinzione che non salva solo chi è aggredito. Salva anche chi protesta, se vuole ancora essere credibile.


