A Port-au-Prince, capitale di uno Stato ormai allo stremo, la guerra non ha più bisogno di dichiarazioni ufficiali. Piove dal cielo, silenziosa e letale, sotto forma di piccoli droni improvvisati, caricati di esplosivi, che colpiscono senza preavviso case, strade, tetti. Il governo haitiano, in una mossa estrema per riprendere il controllo delle aree dominate dalle gang, ha cominciato a lanciare attacchi con velivoli pilotati da remoto. Ma dietro questa nuova “tattica antiterrorismo” si nasconde una realtà più inquietante: nessuno sa davvero chi venga colpito, con quale criterio e con quali limiti.
Quella che si combatte in Haiti non è solo una guerra contro le bande criminali. È anche una battaglia politica, legale, e morale. Le gang – coalizzate nel blocco chiamato Viv Ansanm – controllano oltre l’80% della capitale. Sono armate, organizzate, e ricorrono a rapimenti, estorsioni e violenza sistematica. Ma i droni non sono la risposta a tutto. L’uso della forza letale a distanza, senza trasparenza né supervisione, non è solo una scelta disperata: è una violazione del diritto internazionale, come hanno dichiarato apertamente sia esperti legali che la Royal Canadian Mounted Police, il corpo che aveva inizialmente fornito ad Haiti i droni “per scopi di sorveglianza”.
Secondo fonti indipendenti, oltre 300 persone sono già morte negli attacchi. Il governo haitiano non ha confermato né smentito i numeri, né ha fornito informazioni chiare su chi siano le vittime. Le uniche immagini disponibili sono video della polizia, in cui si vedono esplosioni nei quartieri popolari e un messaggio implicito: “Li stiamo colpendo.” Ma chi è “loro”? Criminali armati o residenti sospetti?
La realtà è che, sebbene alcuni boss – come il famigerato Vitel’homme Innocent, su cui pende una taglia da 2 milioni di dollari – siano stati probabilmente feriti, nessun leader delle gang è stato ufficialmente eliminato o arrestato. Nel frattempo, i civili continuano a pagare il prezzo più alto: almeno quattro morti segnalati dalle bande in risposta agli attacchi, e una popolazione stremata da mesi di paura.

A complicare il quadro c’è il ruolo crescente delle compagnie private di sicurezza, chiamate in supporto dal governo haitiano. Tra queste, una società legata a Erik Prince, controverso imprenditore americano già fondatore di Blackwater. La scelta di affidare operazioni militari a contractor esterni solleva ulteriori interrogativi sulla trasparenza e sulla responsabilità delle azioni condotte.
Ma Haiti non è ufficialmente in guerra. E questo ha un peso: in assenza di un “conflitto armato” riconosciuto, gli attacchi mirati contro persone sospette, anche se membri di bande, non rientrano nel diritto bellico. Rientrano invece nel campo dei diritti umani, secondo i quali la forza letale è giustificata solo in caso di minaccia imminente alla vita di qualcuno. È un principio cardine del diritto internazionale. Ed è quello che oggi Haiti, disperata, sembra aver messo da parte.
Il silenzio del governo haitiano, che si trincera dietro il “segreto operativo”, alimenta la sensazione di una strategia militare fuori controllo. In assenza di un piano politico, sociale o giudiziario, il ricorso ai droni sembra più un atto di resa che una strategia. E intanto, le gang continuano a prosperare, ad arruolare, a uccidere.
Uno degli uomini più temuti della coalizione criminale, Jimmy “Barbecue” Chérizier, ha risposto sarcastico in un video: “I droni si vendono ovunque. Posso comprarmeli anch’io.” Un segnale chiaro che la tecnologia, da sola, non basta a invertire i rapporti di forza.
In un Paese dove non c’è più uno Stato di diritto, l’uso della violenza cieca rischia di diventare la norma. E i droni, invece che strumento di salvezza, rischiano di diventare il simbolo di una giustizia arbitraria, senza volto e senza legge.



