Con una mossa decisa e simbolica, un gruppo di senzatetto ha citato in giudizio la città di New York per il sequestro e la distruzione dei loro beni personali, avvenuti durante le operazioni di pulizia denominate “rastrellamenti”.
La causa, presentata presso la corte federale di Manhattan, denuncia come questi interventi violino le tutele costituzionali contro perquisizioni e sequestri illegali, avanzando la richiesta di certificazione come class action per tutelare i diritti di migliaia di persone che vivono senza un tetto.
Sotto l’amministrazione del sindaco Eric Adams, New York ha intensificato le attività di sgombero, con oltre 10.000 interventi registrati negli ultimi due anni. Nonostante tali azioni, il numero di persone costrette a vivere in strada o nelle metropolitane è aumentato dell’84% dallo scorso anno.
Un audit del 2023 ha rivelato che, tra gli oltre 2.100 rastrellamenti, o “pulizie” come le chiama l’amministrazione, eseguite in otto mesi, solo 90 persone sono rimaste in un rifugio per più di una notte, dimostrando l’inefficacia delle operazioni nel garantire soluzioni stabili per i senzatetto.
La causa sottolinea inoltre come spesso i rastrellamenti distruggano documenti essenziali, inclusi documenti d’identità, complicando ulteriormente l’accesso ai servizi di base.
A livello nazionale, la gestione delle persone senza dimora sta assumendo toni sempre più duri: in molti stati, le normative proibiscono di dormire all’aperto e le città effettuano regolarmente operazioni di sgombero e sequestro.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha recentemente confermato il diritto di una città dell’Oregon di vietare di dormire all’aperto, segnando un precedente che ha rafforzato iniziative simili in città come Phoenix e San Francisco.

New York è solo una delle tante metropoli che affrontano una crisi abitativa acuta. La Grande Mela conta oggi oltre 90.000 senzatetto, una cifra che riflette un’emergenza sociale di ampia portata.
Mentre migliaia cercano rifugio in rifugi sovraffollati o all’aperto, l’approccio delle istituzioni ha suscitato critiche da associazioni e attivisti, che denunciano una discriminazione anti-umanitaria contro una delle fasce più vulnerabili della popolazione.
Il dibattito sulla cosiddetta “guerra ai senzatetto” si fa sempre più acceso, in un contesto in cui il problema dell’abitare rimane irrisolto. L’attuale gestione di New York sembra improntata solo alla repressione piuttosto che a una soluzione inclusiva.
La politica delle “pulizie” sociali, sostenuta ufficialmente per garantire decoro e sicurezza nelle aree pubbliche, evidenzia invece una situazione di emergenza umanitaria che sfocia in veri e propri atti di discriminazione.
Il problema dei senzatetto non è solo un’emergenza sociale, ma una vera e propria crisi umanitaria. Il divieto di dormire all’aperto non solo criminalizza chi non ha un tetto sopra la testa, ma esprime una forma di discriminazione sistemica che colpisce chi è già marginalizzato.
Nonostante i tentativi delle autorità di presentare questi interventi come parte di un piano di “assistenza compassionevole”, la realtà appare ben diversa. L’aumento delle segnalazioni di senzatetto e delle richieste di aiuto ai centri di assistenza dimostra che questa strategia non sta risolvendo il problema, ma lo aggrava, spingendo sempre più persone ai margini della società.
In una città come New York, dove le disuguaglianze sociali e la mancanza di alloggi accessibili sono tra i problemi più urgenti, l’approccio attuale si traduce in una guerra contro i poveri, piuttosto che in un piano di sostegno e inclusione.



