Saighe e locuste, il Kazakistan alle prese con la natura ribelle

In Kazakistan, il ritorno impetuoso della natura si è trasformato in una sfida complessa. Da un lato, l’incredibile recupero dell’antilope saiga, simbolo della steppa eurasiatica, è ormai un caso di successo ambientale globale. Dall’altro, sciami di locuste, bruchi distruttivi e ragni velenosi mettono in allarme agricoltori e autorità. Un equilibrio sottile, quello tra conservazione e convivenza, che sembra oggi messo alla prova da una natura che si espande senza freni.

L’era d’oro della saiga… forse troppo d’oro
L’antilope saiga (Saiga tatarica), con il suo buffo muso da creatura preistorica, sembrava destinata all’estinzione negli anni ’90. Il crollo dell’URSS, la crisi economica e il bracconaggio avevano ridotto la popolazione a meno di 40.000 esemplari. Oggi, il dato sembra incredibile: oltre 4 milioni di individui pascolano nella steppa kazaka, secondo dati ufficiali del 2025.

Un successo merito di divieti di caccia, protezione degli habitat e impegno delle ONG, come l’Altyn Dala Conservation Initiative. Ma un simile boom ha un prezzo. Nelle province occidentali e centrali del Paese, allevatori e agricoltori denunciano una vera “invasione” di saighe: animali che competono per i pascoli, si mischiano alle mandrie e possono potenzialmente trasmettere malattie.

Il dibattito si è infiammato nel parlamento kazako. Alcuni funzionari parlano di “gestione attiva”, inclusi abbattimenti selettivi. Ma la pressione internazionale ha costretto il governo a un passo indietro: la saiga è un simbolo di rinascita ecologica troppo prezioso da sacrificare.

Di Yakov Fedorov – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61113464

Locuste, bruchi e ragni: la primavera degli insetti
Mentre le saighe occupano i pascoli, un altro fronte si è aperto: quello degli insetti. Le locuste, alimentate da un inverno mite e una primavera precoce, stanno devastando migliaia di ettari agricoli, specialmente nelle regioni di Aktobe, Kostanay e Atyrau. Le autorità hanno trattato con pesticidi oltre il 60% delle aree colpite, e utilizzano droni per sorvegliare gli sciami. Ma la minaccia resta.

Nel sud, a Karaganda, una massiccia infestazione di bruchi sta spogliando parchi e alberi. E nelle regioni meridionali e occidentali si segnala una crescita anomala dei ragni karakurt, simili alle vedove nere, capaci di causare gravi malesseri agli esseri umani e morti tra gli animali da allevamento.

Anche qui, l’effetto domino climatico è evidente. Gli inverni più caldi hanno favorito la sopravvivenza e la proliferazione di insetti e aracnidi che, in un ecosistema fragile, stanno superando i loro tradizionali limiti geografici.

Quando la natura supera il limite
C’è un paradosso nel Kazakistan di oggi: ciò che ieri andava salvato, oggi rischia di diventare un problema. L’aumento incontrollato della fauna selvatica e la pressione delle nuove specie infestanti mostrano quanto l’equilibrio ecologico sia delicato. Una fauna in salute è essenziale, ma senza una gestione scientifica e inclusiva, rischia di entrare in conflitto con le esigenze umane.

Alcune risposte innovative si affacciano: la trasformazione delle locuste in fonte proteica per l’export, progetti di coesistenza tra allevamento e fauna selvatica, e campagne di sensibilizzazione nelle comunità rurali. Ma la sfida vera è politica e culturale: costruire un modello che riconosca la natura non solo come qualcosa da proteggere o combattere, ma con cui imparare a convivere.

Per il Kazakistan, crocevia di steppe, deserti e climi estremi, il futuro dipenderà dalla capacità di affrontare questa nuova convivenza con la natura che ritorna, più forte che mai.

Di UNEP/GRID-Arendal – Sent to me personablly, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21382008