La povertà, si dice spesso, è una condizione da combattere. Ma troppo raramente ci si chiede come nasca e chi la produca. Un recente studio della Banca Mondiale sul Pakistan solleva una questione scomoda ma cruciale: le politiche fiscali possono creare povertà, anziché contrastarla. E quello che accade in un Paese a basso reddito può dire molto anche su ciò che avviene nei Paesi industrializzati.
Pakistan: le tasse che fanno povertà
Secondo il rapporto intitolato “Gli effetti delle tasse e dei trasferimenti sulla disuguaglianza e la povertà in Pakistan”, pubblicato dalla Banca Mondiale, l’imposta generale sulle vendite (GST) è il fattore fiscale che più contribuisce all’aumento della povertà nel Paese. La GST incide per oltre il 7% sulla spesa lorda delle famiglie, ma con un effetto regressivo: colpisce molto di più le famiglie povere, che spendono tutta o quasi tutta la loro entrata in consumi.
La conseguenza è un meccanismo perverso: lo Stato tassa i poveri per finanziare un sistema che, in molti casi, non restituisce servizi equivalenti. A peggiorare il quadro, una spesa pubblica mal distribuita, in particolare sul fronte educativo. Le famiglie a basso reddito pagano per un’istruzione primaria di bassa qualità, che non contribuisce a interrompere il ciclo della povertà.
L’unico elemento che contrasta efficacemente questa spirale, secondo il report, è il Benazir Income Support Programme (BISP): un programma di trasferimenti monetari mensili alle famiglie più povere, che ha mostrato risultati concreti nel ridurre la disuguaglianza.
E nei Paesi ricchi? Più tasse dirette, ma anche ingiustizie
Il confronto con i Paesi industrializzati offre spunti interessanti. In Stati come Germania, Francia, Danimarca, i sistemi fiscali si basano in larga parte su imposte progressive: chi guadagna di più, paga di più. Inoltre, i trasferimenti sociali (come assegni familiari, sussidi di disoccupazione, pensioni minime) riducono significativamente il divario tra ricchi e poveri. Il coefficiente di Gini – l’indice che misura la disuguaglianza – si riduce fino a 15 punti dopo tasse e trasferimenti.

Ma non tutto brilla: anche in contesti avanzati come l’Italia, le disuguaglianze restano forti. L’IVA, ad esempio, incide più sui redditi bassi che su quelli alti. E molti bonus e detrazioni fiscali favoriscono i ceti medi e alti, lasciando indietro chi non ha reddito sufficiente per beneficiarne. In più, le riforme degli ultimi anni, come quella dell’Assegno di Inclusione, hanno ristretto l’accesso agli aiuti sociali, escludendo categorie vulnerabili come i giovani adulti senza figli o gli stranieri.
Un sistema che sceglie chi colpire e chi proteggere
Lo studio sul Pakistan, dunque, non parla solo del Pakistan. Parla di un sistema globale che, in modi diversi, continua a scaricare i costi fiscali sui più deboli. Non per fatalità, ma per scelte politiche. Tassare i consumi anziché i patrimoni, ridurre le imposte sul capitale, condizionare gli aiuti sociali invece di universalizzarli: tutto questo ha un effetto chiaro e documentato, che si misura in milioni di persone impoverite o lasciate indietro.
Nel Sud del mondo, ciò significa rinunciare a costruire un sistema equo fin dall’inizio. Nel Nord, significa smettere di redistribuire con efficacia.
Cambiare direzione è possibile
La Banca Mondiale invita il Pakistan a riformare il sistema fiscale, rendendolo più equo, e a rafforzare i programmi sociali mirati. Ma il messaggio vale ovunque: la povertà si può prevenire, se si tassa in modo giusto e si spende in modo inclusivo.
In un mondo in cui il 10% più ricco continua ad accrescere la propria quota di ricchezza, la povertà non è il segno di una sconfitta. È la conseguenza di una scelta.



