Due sentenze opposte: la Corte e i diritti di maternità

Nel giro di poche ore, la Corte Costituzionale italiana ha emesso due sentenze che toccano uno dei temi più delicati e identitari del nostro tempo: la genitorialità fuori dal modello eterosessuale tradizionale. Due decisioni, la n. 68 e la n. 69 del 2024, che affrontano casi diversi ma che, lette insieme, delineano il perimetro (e i limiti) attuali dei diritti di maternità nel nostro Paese.

Il primo caso riguarda le coppie lesbiche e segna una svolta storica: la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto di riconoscere alla nascita i figli avuti tramite procreazione medicalmente assistita (PMA) da due donne, anche se concepiti all’estero. La seconda madre – quella che non ha partorito – è da considerarsi genitore a pieno titolo se ha espresso il consenso alla fecondazione.

È la fine, almeno sul piano giuridico, di una discriminazione profonda nei confronti di bambini che, fino a oggi, rischiavano di vedere cancellato uno dei due pilastri affettivi della loro vita. La Corte ha chiarito: è il consenso responsabile, e non il legame genetico, a costituire la base della genitorialità in questi casi. E negare questo principio – come fatto finora – significa violare i diritti del minore, in primis quello all’identità personale e alla continuità affettiva.

Nella stessa giornata, però, è arrivata una seconda sentenza che sembra muoversi in direzione opposta. La Corte ha infatti stabilito che è legittimo vietare l’accesso alla PMA alle donne single, come previsto dalla legge 40 del 2004. Il caso riguardava una quarantenne di Torino a cui era stato negato l’ingresso a una clinica toscana: per i giudici, non c’è una violazione manifesta della Costituzione.

Il legislatore – hanno detto – ha agito in base a un principio di precauzione, per tutelare i futuri nati da una struttura familiare “a priori” priva di figura paterna. Tuttavia, la stessa Corte ha aggiunto che non ci sono ostacoli costituzionali a un’eventuale riforma, se mai il Parlamento decidesse di aprire la PMA anche alle donne single.

A prima vista, le due sentenze sembrano esprimere due anime opposte: una progressista, l’altra conservatrice. E viene naturale chiedersi: la Corte Costituzionale ha due pesi e due misure quando si parla di nuove forme di maternità?

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La risposta, come spesso accade in diritto, è più complessa. È vero che la Corte ha un ruolo altissimo, ma non assoluto. Non legifera: giudica casi concreti e valuta se le leggi in vigore rispettano o meno i principi della Costituzione. E i due casi non sono del tutto sovrapponibili.

Nel primo, la Corte si è trovata di fronte a bambini già nati, già inseriti in un contesto affettivo e con due madri presenti e attive: negare il riconoscimento alla madre intenzionale significava cancellare un genitore di fatto. Nel secondo, si trattava invece di decidere a monte se una donna da sola potesse o meno avere accesso a un trattamento medico, prima ancora che un figlio fosse concepito.

Ma il punto non è solo giuridico. È culturale e politico. Perché, se è vero che la Corte ha mantenuto una coerenza formale – non ha cambiato la legge ma ha interpretato i suoi limiti – è altrettanto vero che la distanza tra le due decisioni evidenzia un corto circuito nei diritti riproduttivi in Italia.

Da un lato, si ammette che due madri possano avere lo stesso status genitoriale. Dall’altro, si considera ancora “non irragionevole” l’idea che una donna sola non debba nemmeno avere accesso alla possibilità di diventare madre, per una presunta tutela del futuro figlio che rischia di tradursi in paternalismo giuridico.

Il risultato è un paradosso: la maternità lesbica è legittimata solo se esercitata all’estero, e la maternità single continua a essere ritenuta un progetto familiare “imperfetto”, se non pericoloso. La Corte, forse per prudenza istituzionale, lascia intatto un modello familiare che non rappresenta più la realtà sociale del Paese.

Eppure – lo dice la stessa Consulta – la Costituzione non impedisce l’evoluzione. Tocca ora alla politica assumersi la responsabilità che la Corte, correttamente, ha rimandato: ridefinire i diritti di chi vuole diventare genitore fuori dai confini tradizionali.

In un’Italia dove le nascite crollano, le famiglie si moltiplicano in forme nuove e i cittadini ricorrono sempre più spesso all’“esilio procreativo”, serve una riforma del diritto che parta da un principio semplice e rivoluzionario: la maternità – come la paternità – non è un privilegio riservato, ma una scelta personale che merita tutela, non ostacoli.

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