Il Mar Rosso brucia, il Canale di Suez affonda

L’Egitto ha perso, in un solo anno, oltre 6 miliardi di dollari. Non per colpa sua, non direttamente almeno. Ma perché il mondo ha cominciato a girare in senso contrario, e le navi – quando possono – seguono le correnti più sicure. Il 2024 è stato l’anno nero del Canale di Suez: gli incassi sono crollati da 10,25 miliardi di dollari nel 2023 a soli 3,991 miliardi.

Una perdita secca che si è riversata su tutta l’economia egiziana, aggravando un deficit delle partite correnti già esploso a quota 20,8 miliardi di dollari e rallentando la crescita del PIL al 2,4%.

Ma non si tratta solo di economia. Dietro il crollo dei numeri c’è un intero sistema globale di tensioni che esplode sulla pelle di chi, come l’Egitto, vive anche della geografia. Il motivo del disastro si chiama Mar Rosso, o meglio: guerra nel Mar Rosso.

Navi sotto tiro, economia sotto scacco
Tutto è cominciato nell’autunno del 2023, quando – in risposta al conflitto tra Israele e Hamas – i ribelli Houthi dello Yemen hanno iniziato ad attaccare sistematicamente le navi commerciali in transito verso il Canale. Ufficialmente, prendono di mira i cargo legati a interessi israeliani. In realtà, secondo i dati raccolti dalle agenzie internazionali, le navi colpite o minacciate appartengono ad almeno 40 paesi diversi. Due sono state affondate. Quattro marinai sono morti. Il resto del mondo ha iniziato a fare marcia indietro.

E così, mentre gli Houthi dichiarano di voler colpire solo i “nemici”, colpiscono il cuore del commercio globale. Il traffico attraverso Suez si è dimezzato: da oltre 26.000 navi nel 2023, si è scesi a 13.213 nel 2024. Il Canale, che veicola circa il 10% del commercio mondiale, si è trovato improvvisamente deserto, svuotato, aggirato. Le rotte si sono allungate verso il Capo di Buona Speranza, con un aumento dei costi e dei tempi. Ma alle compagnie conviene perdere soldi piuttosto che uomini.

“Capesize bulk carrier at Suez Canal Bridge” by AashayBaindur is licensed under CC BY-SA 3.0.

Il prezzo della dipendenza strategica
Per l’Egitto, è un colpo durissimo. Non solo in termini finanziari – le entrate del canale sono una delle fonti primarie di valuta pregiata, insieme al turismo e alle rimesse degli emigrati – ma anche in termini politici. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha ammesso che la perdita stimata per il solo 2024 ammonta a circa 7 miliardi di dollari. La seconda via d’acqua, inaugurata nel 2015 con grande enfasi propagandistica, non è servita a nulla. Il problema non è la capacità del Canale, ma la volontà (o il terrore) dei mercanti globali di passarci ancora.

La situazione rivela con chiarezza la fragilità delle economie che dipendono da un singolo punto strategico. Basta una crisi geopolitica esterna – in questo caso legata a un conflitto che l’Egitto formalmente non combatte – per inceppare tutto. E quel “tutto” significa stipendi pubblici, sussidi, stabilità sociale in un paese dove oltre il 60% della popolazione ha meno di 30 anni e un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 25%.

La geopolitica che si misura in tonnellate
Gli attacchi Houthi hanno colpito navi da carico, petroliere, porta-container. Ma il vero obiettivo è molto più ampio: interrompere il funzionamento del commercio globale per costringere l’Occidente a fare pressioni su Israele. Una forma di guerra ibrida dove non si attacca direttamente l’avversario, ma la sua infrastruttura commerciale.
Il messaggio è chiaro: se non fermate Gaza, non passeranno neanche le merci.

Questa strategia ha già avuto un effetto concreto: secondo la Banca Mondiale, il costo dei noli è aumentato del 200% su alcune rotte europee. Le assicurazioni marittime per il Mar Rosso sono salite alle stelle. E mentre l’Occidente valuta missioni militari e corridoi protetti, l’Egitto assiste impotente allo scivolamento del suo canale da risorsa strategica a punto debole della rete globale.

Nessuna rotta alternativa
Il capo dell’Autorità del Canale, Osama Rabie, ha dichiarato che nessuna delle deviazioni provvisorie rappresenta una minaccia strutturale per Suez. Le rotte più lunghe sono meno sostenibili, più costose, e torneranno a essere disertate appena il pericolo passerà.
Forse è vero. Ma intanto il bilancio egiziano piange. Le casse si svuotano, le riserve valutarie si assottigliano, e il paese è costretto a rincorrere prestiti esterni per rimanere a galla.

È l’altra faccia della globalizzazione: quando tutto funziona, ci guadagnano in pochi; quando si inceppa, ci perdono in molti.