Una nuova inchiesta della Sinai Foundation for Human Rights (SFHR) e l’analisi indipendente di Forensic Architecture, condivisa con The Guardian, hanno portato alla luce, a sud di al-Arish, un’area usata come fossa comune durante gli anni più duri del conflitto nel Sinai (2013–2022): resti visibili in superficie, altre sepolture a pochi centimetri di profondità, un’attività di scavo e transito ricostruibile sulle immagini satellitari.
Almeno 36 teschi sono stati identificati con metodi di analisi remota; secondo i ricercatori i corpi potrebbero superare le trecento unità. Il sito è in una zona a forte presenza militare, recintata e difficilmente accessibile. La notizia è stata condivisa in esclusiva con il Guardian, che colloca la scoperta a breve distanza da un avamposto militare e riporta testimonianze di corpi bendati, senza segni di appartenenza a gruppi armati.
Il rapporto “Killed in Cold Blood” di SFHR ricostruisce il contesto: arresti di massa, detenzioni in strutture non ufficiali, lunghi periodi di scomparsa forzata che spesso precedono l’uccisione; una narrativa ufficiale ripetitiva (“scontro a fuoco con elementi terroristi”) priva di nomi, luoghi e tempi verificabili; perfino video trapelati che mostrano esecuzioni sul campo, poi descritte come morti in combattimento.
Il database elaborato dalla fondazione, sulla base dei comunicati delle Forze Armate tra il 2013 e il 2022, parla di 5.053 uccisi e 14.837 arrestati: cifre difficili da conciliare con le stime, assai più basse, dei miliziani presenti in quell’arco di tempo. Anche per questo, sostiene SFHR, il perimetro delle vittime civili è stato sistematicamente cancellato dalla comunicazione ufficiale.
L’indagine documenta come le famiglie abbiano imparato a cercare i loro scomparsi lungo le strade del deserto, riconoscendo vestiti e tratti dei corpi abbandonati; e come molti detenuti — compresi minori — siano stati uccisi “a freddo” e poi attribuiti a presunti scontri.
È un meccanismo, non un incidente: sparizione, esecuzione, messinscena di uno scontro, sepoltura clandestina. La conferma tecnico-forense dell’uso ripetuto del sito di al-Arish come fossa comune — bonifiche del terreno, tracce di mezzi, pattern di attività — spinge il dossier fuori dall’ambiguità delle “voci” e dentro il campo delle prove verificabili.

Sul piano giuridico, SFHR evidenzia che la soglia del conflitto armato non internazionale è stata superata e che gli omicidi illegali ricorrenti — se parte di una politica statale — possono integrare i crimini contro l’umanità; in entrambi i casi, si configurano gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.
Da qui la richiesta di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite realmente indipendente, con accesso a siti, archivi e testimoni, e con il mandato di preservare le prove per procedimenti penali.
Resta un nodo politico: per anni lo Stato egiziano ha negato sia vittime civili sia lo sfollamento forzato, nonostante le organizzazioni indipendenti parlino di oltre 150.000 residenti cacciati dalle loro case. La scoperta della fossa di al-Arish entra in rotta di collisione con quella negazione, perché offre un luogo, tracce materiali, un perimetro temporale e un numero minimo di resti identificabili.
Per chi guarda al Sinai dalla prospettiva sociale, la mappa è lineare: agli anni delle operazioni si sono sommati villaggi svuotati, economia locale spezzata, famiglie senza informazioni sui propri cari. La fossa comune non racconta solo la fine delle persone, ma anche l’interruzione dei loro legami: quando lo Stato sottrae nomi, corpi e procedure, sottrae anche diritti, reddito, accesso ai servizi e memoria. In questa sottrazione si capisce perché le comunità rimaste vivano oggi tra paura, povertà e diaspora interna.
Quello che SFHR e Forensic Architecture mettono sul tavolo — coordinate geografiche, cronologia degli interventi, correlazioni con le “operazioni” ufficiali — non è un’accusa generica, ma un invito alla verifica pubblica: preservare il sito, aprire indagini forensi indipendenti, nominare i morti, restituirli alle famiglie, chiarire le catene di comando. Senza questo passaggio, la fossa di al-Arish resterà un buco nella terra e nel diritto; con esso, può diventare il punto in cui il Sinai, finalmente, esce dall’ombra.



